L’Argentina di Javier Milei è diventata il banco di prova più importante del nostro tempo: da una parte chi continua a credere che un Paese possa salvarsi con più spesa pubblica, più tasse, più sussidi e più controlli; dall’altra chi sostiene che la ricchezza non nasca nei ministeri, ma nella società, nelle imprese, nel lavoro, nel rischio, nel risparmio e negli investimenti.
Non è un miracolo
I profeti del disastro avevano annunciato il collasso. Invece i dati raccontano un’altra storia: l’economia argentina, dopo anni di inflazione, decadenza e paralisi, ha ripreso a camminare. Non è un miracolo. È l’effetto, ancora incompleto eppure già visibile, di una scelta politica radicale: togliere potere allo Stato per restituire spazio alla realtà produttiva.
L’Argentina era stata trasformata in un laboratorio permanente di assistenzialismo, moneta manipolata, deficit, protezioni corporative e saccheggio fiscale. Milei ha rovesciato il tavolo: taglio della spesa, disciplina monetaria, riduzione dell’intervento pubblico, apertura alla concorrenza e fine della menzogna secondo cui il bilancio pubblico possa sostituire la ricchezza reale.
I numeri
I numeri pesano più delle caricature. Nel 2025 il Pil argentino è cresciuto del 4,4 per cento, dopo la contrazione del 2024. Recentemente, inoltre, i nuovi dati INDEC sull’attività economica hanno avuto ampia eco nella stampa argentina, da Infobae a La Nación fino a La Derecha Diario, perché mostrano una ripresa estesa a quasi tutti i settori produttivi.
Gli analisti della Banca centrale argentina hanno previsto ulteriore crescita nel 2026 e il Fondo monetario internazionale ha riconosciuto progressi nella stabilizzazione, nella riduzione dell’inflazione, nella costruzione di un’economia più aperta al mercato e nel ritorno dell’avanzo primario. Non sono slogan di partito: sono indicatori macroeconomici che smentiscono la narrazione del fallimento annunciato.
Alla radice della crisi
Il merito principale del capo dell’esecutivo argentino non è avere risolto tutto in due anni. È avere colpito la radice del disastro: spesa pubblica fuori controllo, moneta manipolata, sussidi permanenti e ostilità verso chi produce ricchezza. L’inflazione non era una calamità naturale, ma una tassa occulta imposta da uno Stato incapace di pagare le proprie promesse senza distruggere la moneta.
La cura di conseguenza non poteva essere dolce, perché la malattia era profonda. Quando si smonta un sistema fondato su spesa improduttiva, privilegi, domanda artificiale e protezioni, alcuni settori soffrono. Ma confondere la sofferenza della transizione con il fallimento della cura è un errore enorme. È come accusare il medico perché il paziente, dopo anni di veleno, avverte il dolore della disintossicazione.
Infranto il dogma statalista
Il dato più significativo è proprio questo: l’Argentina sta riallocando risorse. Capitale e lavoro si spostano dai settori mantenuti artificialmente in vita verso quelli capaci di produrre valore. Agricoltura, energia, miniere, servizi, investimenti e filiere esportatrici tornano a respirare. Vaca Muerta non è nata con Milei. Le risorse naturali non sono comparse per decreto. Erano lì, bloccate da vincoli, ostilità ideologica, imposizioni e sospetto verso chi produce.
È bastato togliere parte della mano pubblica dalla gola dell’economia perché interi comparti ricominciassero a muoversi. Questo è ciò che gli statalisti non perdonano al premier liberale sudamericano: dimostrare che molte attività non hanno bisogno di essere guidate dallo Stato, ma solo di non essere ostacolate. La politica ama presentarsi come levatrice della crescita. Più spesso ne è il principale ostacolo.
Naturalmente restano fragilità. La disoccupazione non è scomparsa, alcuni settori industriali soffrono la concorrenza esterna, i salari reali devono ancora consolidarsi, la povertà resta una ferita sociale. Tuttavia, il confronto corretto non è con un paradiso immaginario. È con l’Argentina ereditata nel dicembre 2023: un Paese sull’orlo della disgregazione monetaria, prigioniero del deficit, impoverito da anni di demagogia redistributiva e incapace di attrarre fiducia.
In questo confronto, il presidente argentino esce rafforzato. Ha infranto uno dei dogmi più resistenti dell’America Latina: l’idea che lo Stato sia sempre il rimedio e mai la causa del male. Ha ricordato che la spesa pubblica non crea ricchezza, il deficit non genera sviluppo, la moneta stampata non aumenta i salari reali e i sussidi non sostituiscono la libertà. Soprattutto, ha riportato al centro una verità elementare: prima si produce, poi si distribuisce. Non il contrario.
Lezione per Europa e Italia
La lezione riguarda anche l’Italia e l’Europa. Da noi ogni difficoltà diventa pretesto per inventare fondi, piani, autorità, vincoli e imposte. La crescita viene soffocata dalle procedure; l’equità usata per colpire proprietà e risparmio; transizione, inclusione e sostenibilità finiscono spesso nello stesso risultato: più potere agli apparati, meno libertà per chi lavora, investe, costruisce e assume.
Milei indica la strada opposta. Non comoda, non indolore, ma seria. Ridurre il potere degli apparati non significa abbandonare la società: vuol dire smettere di saccheggiarla. Vuol dire riconoscere che conoscenze, energie e capacità diffuse non possono essere sostituite da un ministero. Prezzi, profitti, perdite, concorrenza e contratti tornano così a fare ciò che la politica non sa fare: coordinare milioni di decisioni individuali senza imporre un piano dall’alto.
La rivoluzione
Gli agorieri, veri profeti del disastro, continueranno a prevedere il fallimento dell’esperimento argentino perché un suo successo smentirebbe uno dei dogmi più radicati del nostro tempo: l’idea che senza l’intervento dello Stato la società non sia in grado di prosperare.
L’Argentina non è ancora salva. Ma ha smesso di mentire a se stessa. Ha smesso di credere che si possa prosperare stampando moneta, moltiplicando sussidi e punendo chi produce.
Questa è già una rivoluzione. E se il percorso proseguirà, il suo presidente potrà essere ricordato non come un eccentrico urlatore, ma come l’uomo che ha avuto il coraggio di fare ciò che molti governi promettono e nessuno osa: togliere lo Stato dalla schiena dei cittadini. L’economia non vola perché il potere la spinge. Vola solamente quando il potere smette di tenerla a terra.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


