Cronaca

Anni di piombo, quella legge dimenticata (che serve ancora oggi)

Dalle devastazioni agli incappucciati, la Legge Reale degli anni Settanta vietava già i volti coperti

Negli episodi di violenza che negli ultimi anni hanno colpito alcune città italiane, molti hanno rivisto immagini che riportano alla memoria gli anni Settanta. Certo, i contesti storici sono diversi e i paragoni vanno maneggiati con prudenza, ma resta la sensazione di un ordine pubblico messo a dura prova da gruppi organizzati che sembrano poter agire quasi impunemente. Esiste anche una norma dettata dall’articolo 5 della Legge 22 maggio 1975 n. 152, conosciuta come Legge Reale. Questa disposizione vieta l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo che renda difficoltoso il riconoscimento della persona durante manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico, salvo giustificato motivo. Bruciata anche questa legge?

Negli anni di piombo la violenza politica terrorizzava il Paese. Le Brigate Rosse e altre organizzazioni dell’estremismo armato colpivano magistrati, giornalisti, politici, militari, sindacalisti, operai e semplici cittadini colpevoli soltanto di non condividere una determinata visione ideologica. Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta rappresentano ancora oggi il simbolo più tragico di quella stagione. Le fotografie e i filmati dell’epoca mostrano manifestanti armati che arrivavano persino a sparare ad altezza d’uomo contro le forze dell’ordine.

L’Italia riuscì ad uscire da quell’incubo grazie al lavoro della magistratura, all’impegno delle forze dell’ordine e soprattutto alla tenacia di milioni di cittadini che non si arresero alla paura. Molti responsabili finirono in carcere; altri scelsero la fuga all’estero, sottraendosi per anni alla giustizia italiana. Oggi il problema si presenta in forme differenti, ma la domanda di fondo rimane la stessa: perché una minoranza di facinorosi deve essere in grado di mettere in difficoltà intere città, impedendo ai cittadini di vivere serenamente il proprio quotidiano, di lavorare, di muoversi e di svolgere le normali attività?

Le forze dell’ordine si trovano spesso ad operare in condizioni estremamente delicate, strette tra la necessità di garantire la sicurezza pubblica e il dovere di rispettare regole e procedure. Eppure il cittadino comune fatica a comprendere come sia possibile assistere a scene di devastazione, aggressioni e vandalismi senza che chi commette tali atti subisca conseguenze immediate e certe.

Uno Stato autorevole non è quello che alza la voce, ma quello che fa rispettare le regole. La libertà di manifestare è un diritto sacrosanto; distruggere, intimidire e aggredire non lo è. Se una minoranza violenta riesce a paralizzare una città, il problema non riguarda soltanto l’ordine pubblico: riguarda la credibilità delle istituzioni.

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Perché alla fine la domanda che ogni cittadino si pone è semplice: se lo Stato non riesce a garantire sicurezza a chi rispetta le regole, a chi sta davvero chiedendo sacrifici? E soprattutto, perché chi lavora, paga le tasse e vive onestamente dovrebbe sentirsi meno tutelato di chi trasforma le piazze in campi di battaglia? Su questo, prima o poi, la politica dovrà dare una risposta chiara.

Ezio Pozzati, 25 ottobre 2025

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