Notizia sorprendente, di quelle che nel mercato italiano dei carburanti non si vedono tutti i giorni. Eni, controllata per circa il 33% dallo Stato, ha deciso che dal 28 settembre introdurrà un price cap sui carburanti: benzina a 1,99 €/l, gasolio a 2,19 €/l, per un periodo iniziale di almeno un mese, con possibilità di proroga fino alla fine dell’anno. Ripeto: un tetto ai prezzi, fissato volontariamente da una compagnia petrolifera. In Italia. Nel 2026 e in piena crisi geopolitica.
Se non è una novità, poco ci manca. Le altre compagnie? La decisione di Eni ha certamente spostato gli equilibri del mercato. E la prima reazione è già arrivata: anche IP ha annunciato un’iniziativa analoga sulla propria rete. A memoria d’uomo, non è una situazione abituale vedere un grande operatore decidere volontariamente di mettere un limite al prezzo alla pompa.
Qui da noi, il mercato dei carburanti è stato spesso oggetto di discussioni sulla concorrenza e sulla formazione dei prezzi. E c’è anche un precedente molto concreto: nel 2025 l’Antitrust ha sanzionato Eni, Esso, IP, Q8, Saras e Tamoil per un’intesa restrittiva della concorrenza relativa alla componente bio del prezzo dei carburanti, riferita al periodo 2020-giugno 2023. E allora la domanda diventa inevitabile: perché Eni decide oggi di mettere un tetto ai propri prezzi?
Due le possibili spiegazioni. Eni potrebbe avere informazioni o aspettative sull’evoluzione del mercato che noi non abbiamo: per esempio un possibile calo del greggio o un allentamento delle tensioni internazionali. Oppure Eni potrebbe ritenere sostenibili, almeno per un periodo limitato, i prezzi fissati dal price cap, anche a costo di ridurre i propri margini. Sono ipotesi, naturalmente. Sarà il mercato a dirci quale delle due, o quale combinazione di fattori, sia più vicina alla realtà.
In entrambi i casi, per automobilisti e imprese di trasporto è una notizia positiva. E se altre compagnie seguiranno l’esempio, potrebbe aprirsi una fase interessante per il mercato dei carburanti. Il punto vero è però un altro: quanto spazio c’è oggi per una vera concorrenza sui prezzi?
Noi consumatori non abbiamo mai avuto un potere diretto sulla formazione del prezzo. Abbiamo però uno strumento importante come il portale ministeriale Osservaprezzi Carburanti, che raccoglie e rende pubblici i prezzi praticati dai distributori. E il sistema pubblico dispone anche del Garante per la sorveglianza dei prezzi e di strumenti di monitoraggio e allerta.
Ma trasparenza e monitoraggio non significano, naturalmente, fissazione del prezzo da parte dello Stato. Ed è proprio qui che l’iniziativa di Eni diventa interessante: questa volta il limite non arriva da un provvedimento governativo, ma dalla decisione volontaria di un operatore. È nata la concorrenza? Forse è presto per dirlo. Ma qualcosa si è mosso. Se Eni ha deciso di limitare il prezzo e IP ha seguito l’esempio, la domanda è inevitabile: le altre compagnie saranno costrette a fare altrettanto per non perdere quote di mercato?
Questa potrebbe essere una delle spiegazioni più semplici della novità: non perdere clienti e quote di mercato in una fase nella quale il prezzo alla pompa è diventato ancora più sensibile per famiglie e imprese. E qui si apre una partita interessante. Perché se le compagnie iniziano a competere davvero anche attraverso il prezzo, a beneficiarne saranno inevitabilmente i consumatori. Ma per capire se siamo davvero davanti a una svolta occorrerà osservare cosa accadrà nelle prossime settimane e soprattutto quanto durerà questa politica dei prezzi.
Che sia un gesto isolato o l’inizio di una nuova stagione, lo scopriremo presto. Intanto una cosa è certa: Eni ha acceso la miccia e IP ha già raccolto la sfida. Benvenuta concorrenza? Forse. Sarà il mercato a dircelo. Ad maiora.
Ezio Pozzati, 28 settembre 2026
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