Esteri

Chi è Navi Pillay, il Nobel per la Pace che odia Usa e Israele

Una lunga e brillante carriera ai massimi livelli di organismi internazionali che hanno in comune il fatto di essere costosi, pressoché inutili e oggetto di critiche del tutto meritate

Navanethem “Navi” Pillay, giurista, nata in Sudafrica nel 1941 da genitori indiani, ha vinto il Premio Nobel per la Pace 2026. È stata scelta – ha spiegato il Comitato del Nobel – per “il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale”.

L’impegno di Navi Pillay a favore dei principi giuridici universali e la sua salda bussola morale sono stati una costante nella sua lunga carriera. Un filo conduttore collega il suo lavoro iniziale in difesa di Nelson Mandela e di altri che si sono opposti all’apartheid al suo ruolo di giudice in alcuni dei più importanti casi giudiziari internazionali del nostro tempo.

Accuse a Israele e Usa

Sulla “salda bussola morale” di Navi Pillay qualche dubbio è legittimo considerando la sua accusa di genocidio rivolta a Israele quando era presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’Onu sui territori palestinesi. Da Alto Commissario Onu per i diritti umani aveva anche condannato gli Stati Uniti per aver finanziato l’Iron Dome, lo scudo protettivo di Israele.

Carriera negli organismi internazionali

Questo a parte, è proprio sulla lunga carriera di Navi Pillay celebrata dal Comitato norvegese che qualcosa va detto, e non a sua lode. Quella ai vertici di organismi internazionali incomincia nel 1995, quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’ha chiamata a far parte del Tribunale penale internazionale del Rwanda (Tpir), l’organo incaricato di giudicare i maggiori responsabili del genocidio dei Tutsi, decimati dall’etnia Hutu nel 1994 quando in cento giorni furono uccise quasi un milione di persone.

L’incarico è durato otto anni, quattro dei quali in veste di presidente. Poi, nel 2003, è stata eletta per un mandato di sei anni, fino al 2008, alla Corte penale internazionale (Cpi), in quota al gruppo regionale africano. Terminato il mandato, nel luglio 2008 il segretario generale delle Nazioni Unite, all’epoca Ban Ki-moon, l’ha nominata Alto Commissario Onu per i diritti umani, carica ricoperta fino al 2014.

Nel 2019 è stata chiamata dalla Corte internazionale di giustizia, conosciuta anche come Tribunale internazionale dell’Aia, per svolgere la funzione di giudice ad hoc nel caso del genocidio dei Rohingya, intentato dal Gambia contro il Myanmar (a differenza della Cpi che giudica persone fisiche accusate di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione, la Corte internazionale di giustizia giudica gli Stati).

Infine, dal 2021 al 2025 è stata presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sul territorio palestinese, istituita dal Consiglio Onu per i diritti umani.

Critiche meritate

Dunque, la carriera di Navi Pillay è stata davvero straordinaria, un susseguirsi di incarichi prestigiosi ai massimi livelli. Solo che gli organismi in cui ha lavorato e che ha presieduto hanno in comune il fatto di essere costosi, pressoché inutili e fatti oggetto di critiche, del tutto meritate.

Il Tpir, con sede ad Arusha, in Tanzania, è stato istituito nel 1994 ed è stato operativo fino al 2015. In 21 anni ha processato solo 93 persone: 61 condannate, 14 assolte, 10 rinviate a giurisdizioni nazionali. Delle rimanenti, 3 sono morte prima o durante il processo, due accuse sono state ritirate e due casi sono stati rinviati. Decine di procedimenti sono stati abbandonati e, quel che è peggio, molti prigionieri sono stati rilasciati nonostante la gravità dei capi d’accusa contestati.

Il costo complessivo del tribunale ha superato l’esorbitante cifra di due miliardi di dollari. Un motivo per cui le spese sono lievitate a tal punto è che vi hanno lavorato 484 persone, di 64 diverse nazionalità, tra cui sei giudici e 13 dipendenti distaccati. Inoltre la sede era ad Arusha, ma gli uffici erano nella capitale rwandese, Kigali, e le corti d’appello erano in Olanda, all’Aia. Infine il tribunale lavorava in tre lingue: inglese, francese e kinyarwanda.

Sull’inutile funzione dell’Alto Commissario per i diritti umani Onu è superfluo soffermarsi. L’Alto Commissariato che presiede ha il compito di promuovere i diritti umani. Può denunciare abusi, emanare raccomandazioni e condanne in caso di violazioni, ma non ha potere vincolante, non dispone di poteri sanzionatori diretti sugli Stati e non ha neanche una propria forza armata.

Anche la Cpi non ha una propria polizia e quindi quando emette un mandato di cattura internazionale contro qualcuno non ha i mezzi per arrestarlo. Quindi può solo sperare che quella persona le venga consegnata dal suo Paese oppure che si rechi all’estero, in uno dei Paesi che hanno sottoscritto lo Statuto di Roma ovvero l’atto costitutivo della Cpi, e lì venga arrestata. Ma succede di rado.

Finora sotto processo e in carcere all’Aia dove ha sede la Corte sono stati solo dei leader di gruppi armati sconfitti e alcuni capi di stato. Omar Hassan el Bashir, il presidente del Sudan accusato di crimini di guerra, dell’umanità e genocidio, anche dopo il golpe militare che lo ha deposto nel 2019 è rimasto in patria.

Il processo a Uhuru Kenyatta e William Ruto, presidenti del Kenya entrambi, si è concluso con il ritiro delle accuse per il primo e con il non luogo a procedere per il secondo perché i testimoni o hanno ritrattato o sono “scomparsi” e perchè i documenti chiesti al governo di Nairobi non sono mai pervenuti alla Cpi. In vigore dal 2002, la Corte ha più di 900 dipendenti e per il 2026 il suo bilancio è di quasi 200 milioni di euro. Ma finora ha trattato soltanto 34 casi.

Stupro crimine di guerra

Di positivo va riconosciuto a Navi Pillay l’impegno per fa sì che lo stupro e l’aggressione sessuale rientrassero nella definizione di crimine di guerra. In una intervista, mentre era presidente del Tpir, Pillay aveva detto: “da tempo immemorabile lo stupro è stato considerato bottino di guerra. Ora sarà considerato un crimine di guerra. Vogliamo inviare un segnale forte, che lo stupro non è più un trofeo di guerra”.

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