L’Iran dietro Hamas, il tradimento di Biden e il rischio scontro finale

Come le politiche perverse del Team Biden hanno creato le condizioni per l’attacco: 33 mesi di appeasement, 16 miliardi scongelati e Netanyahu delegittimato

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Una pioggia di migliaia di missili su tutte le città israeliane; incursioni senza precedenti in territorio israeliano; alcuni villaggi, e basi militari, lungo il confine con la Striscia sotto il controllo dei terroristi; centinaia i civili uccisi e rapiti, stupri, torture, esecuzioni, cadaveri e ostaggi esposti come trofei a Gaza.

L’attacco di Hamas, una vera e propria invasione, che per mezzi impiegati e profondità d’azione ha richiesto mesi di meticolosa pianificazione, ha colto Israele di sorpresa, come 50 anni fa gli attacchi dei Paesi arabi che diedero inizio alla guerra del Kippur. L’Intelligence non ha saputo raccogliere informazioni o non ha saputo interpretarle correttamente, o forse come si dice un massiccio attacco informatico iraniano ha violato i sistemi di sicurezza – questo forse verremo a saperlo in seguito.

Una possibile spiegazione, terribile eppure da considerare, sebbene sarebbe una novità assoluta per Israele, è quella di un Paese distratto dalle sue divisioni. Un anno di proteste, una delegittimazione permanente del governo Netanyahu da parte delle opposizioni, può aver innescato una sorta di ammutinamento strisciante anche negli apparati statali finendo per abbassare le difese a tutti i livelli.

L’accordo Israele-Sauditi

Ciò che è certo è che Hamas è una longa manus dell’Iran, come lo sono Jihad Islamica e Hezbollah (in Libano). Non ci vuole un genio per vedere in questo attacco il tentativo di Teheran di sabotare l’accordo di pace dato per “imminente” tra Israele e Arabia Saudita. Pochi giorni fa ne aveva parlato il premier israeliano Benjamin Netanyahu all’assemblea generale dell’Onu, presentandolo come una rivoluzione per il Medio Oriente, mentre lo stesso principe saudita Mohammad Bin Salman aveva riferito di progressi di giorno in giorno.

Ora, l’inevitabile durissima risposta militare israeliana mette in difficoltà proprio Mohammad Bin Salman. Bisogna considerare infatti che l’opinione pubblica saudita non è così entusiasta della normalizzazione dei rapporti con Gerusalemme caldeggiata dalle élites di Riyad. E Hezbollah lo ha esplicitato, definendo l’attacco un “avvertimento ai Paesi arabi che stanno normalizzando le proprie relazioni con Israele”.

La causa iraniana

Un processo di normalizzazione che finirebbe per favorire anche una definizione della questione palestinese, con il conseguente abbandono di ogni velleità di distruzione di Israele. Dunque, chi ha tutto l’interesse a far deragliare questo processo? Sicuramente chi, come Hamas, Anp e altri gruppi terroristici, sulla questione palestinese ci campa. Ma anche chi, come il regime iraniano, la usa come benzina, scatenando i suoi proxies per destabilizzare la regione e servire i suoi disegni egemonici.

Non esiste, se mai è esistita, causa palestinese. Da anni ormai c’è solo la causa iraniana. La convivenza pacifica in due Stati è sempre stata possibile, il problema è che la cosiddetta causa palestinese è sempre stata strumentalizzata da potenze regionali (e dall’Urss a suo tempo) che però hanno preso legnate da Israele. Oggi a sfruttarla è l’Iran – e in parte anche la Turchia di Erdogan.

Lo scontro finale

E ora? Cosa accadrà? Ci sembra poco realistico che Hamas e Iran abbiano sottovalutato la durezza della risposta israeliana. Bisogna chiedersi cosa faranno gli iraniani di fronte alla prospettiva di una distruzione totale di Hamas – un asset per loro fondamentale – che ormai non può non essere nei piani israeliani. Temiamo che il sacrificio di Hamas, preventivato o meno, sia visto a Teheran nell’ottica di uno scontro finale con Israele, di cui l’attacco di ieri non sarebbe altro che un innesco.

È già possibile scorgere le tappe di un eventuale allargamento del conflitto: l’operazione di terra delle forze israeliane nella Striscia di Gaza può innescare l’attacco di Hezbollah da nord, d’altronde già minacciato. Sarà Teheran a decidere se e quando. A quel punto, la risposta di Israele volta a neutralizzare Hezbollah non potrà che portare ad attacchi in Libano e Siria, che a loro volta fornirebbero il casus belli per una reazione diretta di Teheran (che secondo alcune fonti sarebbe in grado di dotarsi di un ordigno nucleare in poche settimane).

Più soverchiante sarà la forza della risposta israeliana nelle prossime ore, più netta sarà la sua vittoria a Gaza, più probabile scongiurare l’escalation.

Secondo fronte

Se allarghiamo lo sguardo, lo scenario è ancora più inquietante. Se infatti consideriamo Russia, Iran e Cina come un asse intenzionato a ribaltare l’ordine internazionale a guida Usa, uno scontro diretto tra Israele e Iran significherebbe l’apertura di un secondo fronte di una guerra mondiale. Il primo già aperto in Europa, il secondo in Medio Oriente, entrambi ai confini dell’Occidente. E un terzo pronto ad aprirsi a Taiwan nel 2024. Con gli Stati Uniti impegnati su entrambi i fronti, e l’Europa sul primo, la Cina avrebbe la strada spianata per chiudere i conti con Taipei.

Di fronte a questo scenario, in cui l’uso di armi nucleari sarebbe molto più probabile che sul solo fronte ucraino, le facili dichiarazioni di condanna e solidarietà di oggi dalle capitali europee e da Washington non possono bastare – e sono anche profondamente ipocrite.

Abbiamo finanziato i terroristi?

Ipocrite perché le politiche europee e statunitensi hanno armato, letteralmente, i gruppi terroristici palestinesi e alimentato la fiducia del regime iraniano nelle sue ambizioni. Quanti miliardi di dollari Unione europea e Stati Uniti, anche tramite l’UNRWA, hanno versato nelle casse delle varie entità palestinesi?

Un flusso di denaro in teoria destinato al funzionamento degli apparati pubblici e ai servizi essenziali, ma sufficiente a trasformare quelle regioni in qualcosa di simile alla Svizzera. E invece, basta guardare come sono ridotte Gaza e Cisgiordania per rendersi conto che quei soldi sono serviti a tutt’altro: a farle diventare basi di attacchi terroristici contro Israele.

Il tradimento di Biden

Ma la chiave di lettura principale è a Washington. L’orribile attacco di Hamas di ieri è il frutto avvelenato di 33 mesi di appeasement dell’amministrazione Biden con Teheran. Appena in carica il Team Biden ha riesumato la politica di riallineamento di Obama, secondo cui gli Stati Uniti collaborano con l’Iran, allontanandosi dagli alleati storici della regione, Israele e Arabia Saudita, al fine di “trovare un equilibrio di potere più stabile che renderebbe il Medio Oriente meno dipendente dall’interferenza diretta o dalla protezione Usa”.

Le parole sono di Robert Malley, capo negoziatore di Obama per l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 e uno dei teorici del riallineamento. Lo stesso Malley oggi sotto indagine per aver contribuito a introdurre una rete di spie iraniane al più alto livello del governo Usa, dal Dipartimento di Stato al Pentagono – lo scandalo “Malleygate” che l’amministrazione Biden sta cercando disperatamente di insabbiare e di cui già abbiamo parlato su Atlantico Quotidiano.

Solo pochi giorni fa, il 29 settembre, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, tra gli architetti del riallineamento, affermava che “il Medio Oriente è più tranquillo oggi di quanto lo sia stato negli ultimi vent’anni”, usando termini come “depressurizzare”, “de-escalare” e “integrare” il Medio Oriente, tutti eufemismi per indicare l’appeasement con l’Iran – nonostante la fornitura a Mosca dei droni iraniani che piovono sulle città ucraine e la brutale repressione in corso in Iran contro donne e dissidenti.

Per “riallinearsi” con Teheran, dopo la rottura della presidenza Trump, da quando è in carica Biden ha rotto con Riyad sul caso Kashoggi, allentato le sanzioni e chiuso un occhio sulle violazioni, ripreso i pagamenti alle entità palestinesi, che finiscono alle famiglie dei martiri del jihad.

A Teheran 16 miliardi

Di soli pochi giorni fa, l’avevamo segnalato, l’accordo con Teheran per uno scambio di prigionieri che ha comportato lo sblocco di asset iraniani sanzionati per un valore di 6 miliardi di dollari. Fondi che secondo Washington sarebbero vincolati unicamente a scopi umanitari, solo perché non nella diretta disponibilità degli iraniani ma sotto la supervisione del Qatar – che però, guarda caso, ospita la leadership di Hamas, incluso il capo Ismael Haniyeh. Ridicolo. “Questo denaro appartiene al popolo iraniano, al governo iraniano, quindi sarà la Repubblica Islamica dell’Iran a decidere come utilizzarlo”, chiariva il regime di Teheran.

Anche ammesso che l’utilizzo di questi 6 miliardi sia vincolato, 6 miliardi di dollari di nuovi fondi stanziati per cibo e medicine equivalgono a 6 miliardi di dollari di fondi esistenti che possono essere liberati e spostati verso la principale attività del regime iraniano: il terrorismo. Secondo il più recente rapporto Usa, l’Iran ha continuato a fornire sistemi d’arma e altro sostegno a Hamas e ad altri gruppi terroristici palestinesi, tra cui la Jihad Islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Questi gruppi sono dietro numerosi attacchi mortali contro Israele partiti da Gaza e dalla Cisgiordania.

Ma c’è molto di più dei 6 miliardi di queste ultime settimane. A questi, ha ricordato Jake Wallis Simons su X, “si aggiungono 10 miliardi di dollari rilasciati in Iraq, altri 3 miliardi in Giappone, nonché depositi in Cina e India. Inoltre, sono in discussione più di 6 miliardi di dollari in diritti speciali di prelievo da parte del Fondo monetario internazionale a beneficio dell’Iran, il tutto senza clamore”. Per non parlare dei 45 miliardi di introiti petroliferi, grazie all’aggiramento delle sanzioni su cui Washington ha chiuso un altro occhio.

Altro che “ha investito molto” sull’accordo tra Israele e Arabia Saudita. Falso. Nei fatti l’amministrazione Biden lo sta sabotando. Follow the money: Biden finanzia Teheran alleviando le sanzioni, Teheran finanzia Hamas e riempie Gaza di armi e missili. Hamas attacca Israele. Israele reagisce colpendo duramente la Striscia di Gaza. L’opinione pubblica saudita si oppone alla normalizzazione con Israele. Ed ecco che il regime iraniano, grazie a Biden, centra l’obiettivo di impedire o ritardare la possibile alleanza tra i suoi due maggiori rivali nella regione.

Delegittimazione di Netanyahu

Oltre alle condizioni esterne per l’attacco, l’amministrazione Biden ha contribuito anche a quelle interne, unendosi agli sforzi per delegittimare il governo Netanyahu. Lo stesso presidente Biden lo ha definito alla Cnn “il più estremo” che abbia mai visto e ha negato al premier israeliano un invito alla Casa Bianca, mentre la sua amministrazione faceva di tutto per dipingerlo come un pericoloso fascista in Israele, arrivando a sostenere le ong anti-Netanyahu che hanno bloccato il Paese per mesi.

Questa politica premia le azioni destabilizzanti dei proxies iraniani, incoraggia Teheran e Hamas a sfidare Israele nella convinzione che comunque Washington frenerà Gerusalemme e cercherà una soluzione negoziata, erodendo il sistema di alleanze americano. Vedremo se accadrà anche stavolta, se dopo l’iniziale sostegno, passata la retorica “siamo tutti israeliani” di queste ore, i media di sinistra torneranno ad accusare Israele di overreaction e la Casa Bianca tornerà a fare pressione in privato su Netanyahu per convincerlo a fermarsi.

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