Si aspettavano un Draghi “leuropeista”, hanno avuto un Draghi atlantico

Nell’intervista al Financial Times delude gli eurolirici nostrani: finito il modello geopolitico su cui l’Ue si basava, o unità politica e militare, o solo mercato unico

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Mario Draghi è tornato a parlare. Lo ha fatto in una intervista alla Global Boardroom Conference, un evento del Financial Times, purtroppo ad accesso limitato e della quale sono generalmente disponibili solo delle sintesi estreme. La curiosità morbosa che nutriamo per il personaggio, però, ci ha spinto a superare tali difficoltà. L’intervistatore è un Martin Wolf parecchio simpatetico col proprio ospite, benché nella versione leuropeista antica. Meno nella versione atlantica contemporanea, come vedremo.

Cinque sconfitte

Comincia chiedendogli della guerra in Ucraina. Sua Competenza non risponde direttamente, ma attraverso una circonlocuzione. Secondo lui, si è trattato solo dell’ultimo episodio nel quale “noi” – non meglio definiti, ma immaginiamo intenda “noi occidentali” – siamo “tornati indietro sui nostri valori”. Che poco oltre definisce così: “pace, democrazia, libertà, sovranità nazionale”.

Ciò sarebbe accaduto in quattro episodi: aver ammesso Mosca nel G8, senza aver prima preteso l’accettazione dei confini internazionali dell’Ucraina, l’uso di armi chimiche in Siria, l’annessione della Crimea, il ritiro dall’Afghanistan. Di tale teoria di episodi, la guerra in Ucraina sarebbe, quindi, il quinto. Da essi, egli trae una lezione: “non dovremmo mai e poi mai accettare compromessi sui nostri valori fondamentali”. Evidentemente, considera i cinque episodi come cinque sconfitte.

Ma vede un rischio pure peggiore, in quanto: “tali valori fondamentali sono quelli sui quali è costruita l’Ue”. Sicché, “se accettiamo compromessi su questo – non credo sia una visione troppo estrema – noi veramente mettiamo in discussione le premesse della nostra Ue”. Cioè, Lue stessa non avrebbe ragione di sopravvivere.

Continua, “per questo non c’è alternativa a vincere questa guerra” in Ucraina. Con un inciso: “vincere, qualsiasi cosa tale espressione significhi: possiamo parlare di questo”. Inciso molto poco sorprendente in quanto egli, già al MIT a giugno, aveva spiegato di non voler accettare né una vittoria russa, né un pareggio confuso, bensì – pur se in presenza di un eventuale collasso dell’esercito ucraino – di voler continuare a combattere un altro tipo di guerra, che già stiamo combattendo: la guerra economica permanente alla Russia.

E questa è la prima lezione che Draghi trae dalla guerra in Ucraina.

Integrazione e sovranità

Il lettore avrà fatto un balzo, apprendendo che la “sovranità nazionale” sarebbe un valore fondamentale dell’Ue (!). Non a caso, un traumatizzato Fubini riporta un testo monco: non “sovranità nazionale”, ma “sovranità” … come se Sua Competenza si fosse riferito unicamente alla sovranità ucraina, ma non è ciò che ha detto.

L’intervistato ne è tanto convinto da costruirci sopra la propria proposta politica: “l’Europa deve investire di più e spendere di più e razionalizzare di più le proprie spese nella difesa”. Laddove, il soggetto non è più l’Ue, ma l’Europa: da intendersi come i singoli Stati d’Europa, evidentemente.

Sicché, quando aggiunge che “molta più integrazione è richiesta, per divenire capaci di esprimere una visione politica e militare unita e potente”, egli non sta parlando de Lue, bensì della alleanza degli Stati membri: un concetto molto più simile alla Nato. E questa è la seconda lezione che Draghi trae dalla guerra in Ucraina.

Non c’è alternativa

L’intervistatore non appare convinto. E gli presenta una serie di obiezioni. La prima è politica, gli chiede cosa ne pensino “gli attori maggiori” in Europa, cioè evidentemente gli Stati. Che tutti sappiamo scossi da un dibattito acceso: l’intervistato stesso riconosce pubbliche opinioni “divise” ed “esitazioni” dei governi nazionali.

Ma, quanto alle prime, dice che “spesso appaiono più divise di quanto esse realmente siano”. Quanto ai secondi, crede “ancora che essi condividano tali valori”. Soprattutto, ricorre al solito argomento del TINA-There Is No Alternative: “una cosa che non possiamo fare – e certamente io non voglio fare – è restare quieti, non reagire: abbiamo scoperto che ciò che avevamo dato per scontato, per molti e molti anni, non era scontato e, anzi, dobbiamo guadagnarcelo combattendo”. Con chiosa di stile: “di nuovo, nessun dubbio riguardo al successo finale”.

L’intervistatore insiste. E gli presenta una obiezione economica, interrogandolo sull’inflazione. Ma Sua Competenza resta nei propri binari, dando tutta la colpa a Putin: “lo shock dell’offerta, all’inizio, era principalmente – se non del tutto – dovuto ad un incremento del prezzo del gas. Tale incremento – lo abbiamo scoperto più tardi – era il risultato di una politica deliberata e premeditata, da parte della Russia”, cominciata prima della guerra.

L’intervistatore di nuovo insiste. E gli presenta una nuova obiezione economica, interrogandolo sulla recessione. Di nuovo, l’intervistato non si fa fregare: sì, “è chiaro che i primi due trimestri dell’anno prossimo la mostreranno … ma il punto di partenza di tale recessione è piuttosto elevato: non abbiamo mai avuto un tasso di disoccupazione così basso … potremmo avere una recessione ma, forse, non sarà destabilizzante”.

L’intervistatore insiste ancora. E gli presenta una ulteriore obiezione economica, interrogandolo sul ritardo tecnologico europeo. Di nuovo, l’intervistato non si fa fregare: “ciò è molto importante, perché accade in un momento cruciale per l’Europa in generale, in cui il modello geopolitico su cui essa si basava, dalla Seconda Guerra Mondiale, oggi sembra finito: un modello che era basato sulla difesa fornita dagli Usa, l’export che andava in gran parte verso la Cina, energia a buon mercato che veniva dalla Russia”. Sicché, occorre razionalizzare la spesa militare, cioè smettere di farsi concorrenza nell’industria della difesa: è questo ciò che lui intende per “diventare più un’unione” … non l’esercito leuropeo.

Insomma, nonostante le incertezze, le opinioni pubbliche, l’inflazione, la recessione, le necessarie spese militari, lo stesso gli Stati europei porteranno avanti la guerra economica permanente alla Russia.

Il ruolo del dollaro

L’intervistatore getta la spugna e passa ad interrogarlo sul come meglio condurre tale guerra. Risponde con istruzione, digitalizzazione, energie rinnovabili, stoccaggi ed acquisti energetici comuni. Manifestamente un cazzabubbolo, ben lungi dal soddisfare i sogni di gloria del delirio leuropeo.

Scocciato, l’intervistatore prova a provocarlo, interrogandolo su Brexit. Che Sua Competenza definisce come “una grande perdita, per entrambe le parti”. Ma assai stancamente, tanto che non porta argomenti a supporto.

Anzi, poi gira il coltello nella piaga, spiegando di non vedere alcun rischio per il ruolo di riserva internazionale del dollaro americano, in quanto: “lei sa perché il dollaro prevalse sulla sterlina britannica: ciò coincise con l’ascesa degli Usa come potenza globale ed io, oggi, non vedo alcuna potenza globale altra dagli Usa” … quindi, nemmeno Leuropa. “E io, come non vedo alcuna altra potenza emergere, così non vedo alcuna altra valuta emergere” … quindi, nemmeno Leuro. “E non vedo alcun altro esempio di un così spesso e ben funzionante mercato finanziario” … quindi, nemmeno l’Eurozona.

L’Ue indifferente

Provocando un moto di panico nell’intervistatore: “quando guarda agli Usa di oggi, le sue divisioni e la possibilità che Donald Trump sia di nuovo presidente, e guarda più largamente alla crescita del sentimento anti-democratico … crede che possiamo essere fiduciosi che i valori che ci sono così cari prevarranno?”. Ma l’intervistato non raccoglie, anzi risponde citando le vere autocrazie e gli Stati canaglia. Trump non sarà il suo cavallo preferito, ma gli va benissimo lo stesso.

L’intervistatore gioca l’ultima carta: gli eventi nel Medio Oriente. L’intervistato risponde con un altro cazzabubbolo sulla necessità di “una conclusione politica, un accordo politico finale che sia sostenibile per tutte le persone in quella parte del mondo”. E poi accusa Leuropa di indifferenza: “che, semplicemente mettere soldi sarebbe stato abbastanza. E sto parlando dell’Europa adesso”.

Insomma, chi ha visto in questa intervista un manifesto leuropeista, probabilmente non la ha mai ascoltata, accontentandosi dei lanci di agenzia.

Questione di sopravvivenza

L’intervistatore non è contento, ma ha capito benissimo. E tira le somme: “l’Europa è in una posizione geografica molto sensibile, vicino ad Africa, Medio Oriente, Nord Africa, tutte regioni molto turbolente; è molto preoccupata per l’emigrazione e la vulnerabilità del Mediterraneo; ed è così dipendente dagli Usa per fondamentalmente difendere tutto ciò e, quando questi ultimi sono assenti – come accadde in Siria –, abbiamo una tragedia che impatta sull’Europa in così tanti modi. Perciò – credo lei sia d’accordo -, ciò indica che è una questione di sopravvivenza, per l’Ue, divenire una potenza più efficace: se non lo fa, in tale mondo, affronta problemi che semplicemente non sarà in grado di gestire”. Il lettore noti bene il cambio di soggetto, nella domanda: non è l’Europa a rischiare di non sopravvivere, ma Lue.

Sua Competenza coglie al volo e schiaccia: “sono interamente d’accordo con lei: o l’Europa agisce insieme e diventa un’unione più profonda, un’unione capace di esprimere una politica estera e una politica di difesa – oltre tutte le politiche economiche che abbiamo discusso prima – oppure, temo, l’Ue non sopravviverà altro che come mercato unico” … per poi aggiungere pure una politica migratoria, ma solo su insistenza dell’intervistatore.

Quindi, di nuovo: non è l’Europa a rischiare di non sopravvivere, ma Lue. Non in assoluto, ma altro che come mercato unico. Draghi non ne spiega le ragioni, ma già lo aveva fatto in due interventi che avevamo commentato: al MIT a giugno e sull’Economist a settembre. Nonché, forse più precisamente, in un terzo intervento, allo NBER a luglio, che val la pena di citare: “possiamo allentare le norme sugli aiuti di Stato e allentare le regole fiscali, consentendo agli Stati membri di farsi carico integralmente dell’onere della spesa per investimenti. Ma, nel processo, creeremo frammentazione, poiché i Paesi con più spazio fiscale avranno molto più margine di spesa rispetto ad altri”.

E ciò non è più possibile, vista l’urgenza delle sfide. Quindi, gli Stati con meno spazio fiscale andrebbero a cercarselo tornando alla propria moneta. In una formula: “non possiamo restare fermi o, come una bicicletta, cadremo”. Di nuovo, chi ha visto in questa intervista un manifesto leuropeista, davvero non la ha mai ascoltata, accontentandosi dei lanci di agenzia.

Conclusioni

Per riassumere, Draghi ha le idee molto chiare: (1) la guerra economica permanente alla Russia è inderogabile e la debbono combattere gli Stati; (2) i quali la porteranno avanti pure se contro venti e maree; (3) con gli Usa fosse pure di Trump e nonostante Lue; (4) la quale Lue non sopravviverà altro che come mercato unico. Insomma, Sua Competenza non è più europeista, ma atlantico. Ormai sicuramente. Con tutto ciò che ne consegue, pure in termini di future sue cariche istituzionali.

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