Alla fine, ciò che si temeva è successo. Mentre scrivo queste note, a Bologna un manifestante è a terra da molti minuti, in evidenti condizioni gravi (e speriamo ce la faccia). Tra l’altro, proprio adesso si stanno riaccendendo le tensioni tra manifestanti e polizia, al grido di “assassini, assassini”, mentre è appena partita l’ambulanza (sono le 21,15 di un sabato sera drammatico).
Le annunciate manifestazioni del neonato Movimento 17 Ottobre si sono svolte, generalmente con pochi scontri di rilievo, a Roma, Milano, Genova, Torino, Bologna e molte altre città. Era previsto e prevedibile, quanto addirittura ufficialmente annunciato. Non sono pochi i giornalisti e i politici che, viste la ferocia della contrapposizione e le devastazioni dei giorni scorsi, soprattutto a Milano, hanno scritto: “Cercano il morto”.
Qualcuno scherza col fuoco
Quanto e se abbiano ragione non è facile a dirsi, perché in queste situazioni, prima di poter identificare una strategia finale degli organizzatori (perché ve ne sono, a tutti i livelli) bisognerebbe essere certi della loro identità e dei loro legami con organizzazioni eversive o terroristiche che, si sa, richiedono tempo ed attività investigative e d’intelligence complesse e tutt’altro che immediate.
Chi vi sia dietro è soltanto apparentemente evidente, perlomeno rispondendo alla domanda “cui prodest?” ma ho il sospetto che l’escalation di questi scontri abbia una sua autonoma caratteristica di elevatissima pericolosità, a prescindere dalla ricerca delle forze, nazionali o transnazionali, che possano trarne vantaggio.
Resta la cruda sostanza: nel nostro Paese, qualcuno ha scherzato col fuoco, minimizzando e raccontandoci la storiella dei ragazzini annoiati, parallela a quella dei “maranza” unicamente desiderosi di rifarsi il guardaroba gratis.
Paragoni con il ’68
No, signori. Qui è in gioco la tenuta del nostro apparato di pubblica sicurezza. A poco o nulla serve tracciare dei parallelismi con la Francia, nazione da sempre abituata ben più della nostra agli scontri di piazza. Ciò nondimeno, chi, come me, non è più giovane, ricorderà in quale Paese si accese la miccia della devastante contestazione del 1968: la Francia, appunto. Non dimentichiamocene.
Se poi considerassimo quanto, in Italia, la contestazione del ‘68 abbia costituito il brodo di coltura della lunga stagione del terrorismo armato e militante delle BR, Prima Linea ed altre sigle che hanno lasciato quella lunga scia di sangue, che anche nel nostro Paese parrebbe si stia riscoprendo la contestazione giovanile delle piazze, è tutt’altro che qualcosa di romantico e legato ai brufoli ed agli eccessi ormonali dei giovanissimi. Guai a scherzarci su.
La politica perbenista
Basterebbe considerare quanto sia messa alla frusta la struttura repressiva – perché non basta la prevenzione – ossia quella delle nostre forze dell’ordine drammaticamente sotto organico, per intuire la gravità di quanto vediamo in diretta ogni fine settimana – una realtà incontrovertibile che ogni giorno di più appare in tutta la sua drammatica consistenza. Lo Stato, così stando le cose, non può permettersi di affrontare questa sfida sempre più ricorrente in condizioni d’inferiorità materiale ed addirittura etica.
Altrettanto preoccupanti e gesuitiche sono le generiche affermazioni di larga parte delle cariche statali, come quella del plotone della politica perbenista, sempre velocissimi a manifestare sdegno, condanna e solidarietà coi nostri uomini e donne in divisa. E ci mancherebbe pure che solidarizzassero con chi compie quegli scempi e che vorrebbe accoppare questo o quello!
Oddio, giusto per non farci mancare niente, abbiamo anche una categoria di politici, intellò, cantanti sfiatati e preti d’assalto che, per darsela da rivoluzionari, giustificano i teppisti, ma rimanendo comodamente assisi nei loro salotti alla moda.
Non si risolve così il problema, perché quello e solo quello conta: risolverlo in un modo o nell’altro. Lo Stato non può arrendersi né contrattare col suo nemico, dovendo bensì reagire in modo deciso ed esemplare, prima che sia troppo tardi, anche se le porte della stalla sono rimaste aperte e le vacche nemmeno le abbiamo più in vista.
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