Politica

A Genova la sveglia la dà il muezzin: ecco l’islamizzazione strisciante

Il muezzin come strumento di islamizzazione dello spazio pubblico italiano, condotta nel disinteresse o nella complicità attiva di chi amministra. Il paragone con le campane non regge: ecco perché

preghiera islam Genova (screenshot video X)
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Questa è Genova, pieno centro. Provate a celebrare una messa in strada a Doha, a Riyad, a Ramallah, a Gaza, a Raqqa, ad Abu Dhabi… Ma sappiate pure che in tutti i Paesi arabi pregare anche secondo il rito musulmano in strada è severamente vietato.

Invece qui da noi ai musulmani è consentito dal sindaco di Genova Silvia Salis, dal prefetto Cinzia Torraco, dal questore Silvia Burdese. D’altra parte, da una città che onora la Flottiglia dei Preservativi, complici di fatto degli stupratori e assassini di Hamas, che ci si può aspettare? Che ne è di Lepanto? Che ne è dei Doria?

La sveglia dei muezzin

Di seguito le ottime parole del prof. Roberto Riccardi a proposito di quest’altro problema genovese:

A Genova la sveglia la punta il muezzin. Nel quartiere Cornigliano l’adhān risuona 5 volte al giorno. I residenti lo subiscono. La politica finge di non sentire. “Pregare è meglio che dormire”. È la formula del fajr, la preghiera islamica dell’alba che d’estate in Italia cade prima delle 4 di mattina. Non viene sussurrata a porte chiuse. Attraversa i muri, entra nelle camere di chi non l’ha scelta, sveglia chi l’indomani lavora. E non proviene da moschee riconosciute, in tutta Italia se ne contano dieci, ma da garage, capannoni, ex supermercati, appartamenti, che i Comuni chiamano “centri culturali” per non doverli chiudere. Genova non è un’eccezione. È la regola. Non è multiculturalismo. Non è libertà di culto. Non è convivenza. È islamizzazione strisciante dello spazio pubblico italiano, condotta nel disinteresse o nella complicità attiva di chi amministra. Perché il vero scandalo non è il muezzin, anche se ci sarebbe da discuterne. È il sindaco che non lo ferma.

A Genova quel centro islamico non è nato ieri. La comunità comprò l’immobile nel 2001. Nel 2013 il sindaco Marco Doria (marchese, patrizio genovese e conte di Montaldeo, paradossalmente proprio un discendente degli ammiragli che contrastarono i Mori, ndr) annunciò un “centro di cultura islamico con luogo di preghiera annesso” e s’impegnò a trovare una sede migliore, più grande, più degna. Vent’anni di radicamento con la benedizione istituzionale, in un quartiere che ha il reddito più basso della città – 19.000 euro l’anno – e che la polizia presidia con operazioni straordinarie per il degrado.

Il muezzin all’alba è il versante acustico dello stesso progetto. Non è rumore. È rivendicazione territoriale. Chi obietta tirando in ballo le campane mente sapendo di mentire. Le campane sono un suono senza contenuto verbale, regolato da decreti diocesani conformi alla legge sull’inquinamento acustico: dalle 7 alle 22 nei feriali, dalle 8 nei festivi, durata massima 3 minuti. L’Islam in Italia non ha firmato mezza riga con lo Stato. 12 confessioni acattoliche hanno sottoscritto l’intesa prevista dall’articolo 8 della Costituzione. L’Islam no. Eppure pretende che il proprio credo attraversi i muri delle case altrui. Prima dell’alba. L’adhān non è un rintocco. È una professione di fede: “Allah è il più grande” ripetuto 4 volte, la shahāda e all’alba quella formula chirurgica – “pregare è meglio che dormire” – che non è un invito. È un programma.

Ahmad Mansour, il maggiore esperto europeo di integrazione, smontò la favola della convivenza acustica: non si tratta di diversità, si tratta di potere. La moschea vuole visibilità. Il muezzin è una dimostrazione di potere. Perfino l’Arabia Saudita l’ha capito prima dell’Italia. Nel 2021 Riad ha imposto il limite di un terzo del volume massimo agli altoparlanti delle moschee, e le preghiere non possono più essere diffuse integralmente dagli amplificatori esterni. La Fondazione Oasis ha spiegato il meccanismo: un volume alto è stato storicamente strumento di islamizzazione dello spazio pubblico.

Il Paese che custodisce La Mecca riduce il volume nelle proprie moschee. L’Italia lo subisce nei propri garage abusivi. E lo subisce sempre negli stessi posti. Nelle periferie, non nei quartieri con il portiere. Il muezzin all’alba non sveglia chi fa l’avvocato e ha i doppi vetri. Sveglia chi ha le tapparelle rotte, il turno alle 6 e nessun assessore a cui telefonare. L’occupazione dello spazio pubblico sceglie sempre i quartieri che non sanno difendersi. Dove tra qualche anno la lista islamica non prenderà il 3 ma il 15 per cento, perché nel frattempo gli italiani che potevano permetterselo se ne sono andati.

Non servono leggi nuove. Basta applicare la 447 del 1995, l’articolo 844 del codice civile, il 659 del codice penale. Mancano i sindaci disposti a farle valere. Manca il coraggio di dire ciò che ogni residente sa e non può dire senza essere chiamato razzista.

Un Paese in cui il muezzin sveglia i quartieri prima dell’alba da minareti, che in Italia non sono mai stati autorizzati, e lo fa nel colpevole silenzio delle istituzioni, non è un Paese tollerante. È un Paese che si sta arrendendo. Quando un culto senza accordo con lo Stato occupa lo spazio sonoro di un quartiere da strutture abusive e le autorità non intervengono, quando chi protesta viene zittito e chi denuncia viene chiamato intollerante, non siamo di fronte a un problema di decibel. Siamo di fronte a una resa. Non solo genovese. E le rese non sono mai finite bene per chi le ha firmate.

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