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Il Ponte sullo Stretto conviene? Il vero tema è il ruolo dello Stato

Assurdo chiedere alla burocrazia di non correre rischi: o lo Stato resta fuori dall'economia, oppure prevedere la convenienza di una grande opera è un esercizio di bizantinismo intellettuale

Ponte sullo Stretto
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Non conosciamo ancora le motivazioni che hanno spinto la Corte dei Conti a negare il visto sugli atti e i provvedimenti per mezzo dei quali il governo ha deciso di proseguire nell’iter di realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Sappiamo solo che il semplice annuncio del dispositivo della decisione ha suscitato parecchie polemiche lungo un crinale che ha contrapposto più slogan da tifoserie politiche partigiane che ragionamenti sensati.

Il ruolo della Corte dei Conti

Per questa ragione anche in questa sede alcune premesse appaiono necessarie. Il ruolo dei Corte di Conti non è in discussione; si tratta di una giurisdizione fondamentale per la tutela di beni pubblici di rango costituzionale quali gli equilibri di bilancio, la corretta destinazione della spesa pubblica, la lotta agli sprechi e alle malversazioni.

Di certo, poi, non si può criticare un provvedimento giurisdizionale prima che se ne possano apprezzare integralmente le motivazioni. La Corte ha esercitato un potere previsto dall’ordinamento e finché metterà in rilevo il contrasto fra il contenuto dei provvedimenti esaminati e precisi parametri di legge non ci sarà nulla di cui scandalizzarsi. Forse sarebbe opportuno criticare la legge che disciplina il controllo, non certo chi quel controllo svolge seguendo le norme.

La scommessa del mercato

Ha fatto capolino nella discussione pubblica, tuttavia, la questione della convenienza economico/sociale del Ponte ed è di questo aspetto che voglio qui discutere perché ritengo il tema davvero fuorviante. In epoca moderna, è invalsa la presunzione fatale di avventurarsi in previsioni futuristiche che giustificherebbero la convenienza economica di questa o quella opera pubblica sulla base di stime numeriche agganciate non si comprende bene a che cosa.

Chi scrive non è un economista e non vorrebbe addentrarsi in un campo che non è il suo, ma la possibilità di contestare razionalmente la credibilità di previsioni economiche e sociali sul futuro non necessita, credo, di un PhD in economia.

Immaginate per un momento se il Ponte fosse realizzato con capitali esclusivamente privati e fosse il frutto di un’operazione imprenditoriale in senso stretto. L’imprenditore dovrebbe accettare dei rischi, dovrebbe cioè scommettere sul comportamento futuro di decine di milioni di individui che operano nell’economia. È ciò che avviene ogni volta che un’impresa decide di lanciare sul mercato un nuovo bene o un nuovo servizio.

La scommessa è quella di prevedere se decine di milioni di consumatori apprezzeranno il nuovo prodotto/servizio o lo rigetteranno, se preferiranno gli omologhi prodotti/servizi della concorrenza, se dopo un certo lasso di tempo un’innovazione imprevedibile spazzerà via l’appetibilità di ciò che era stato lanciato sul mercato con tanta aspettativa, se i costi di manutenzione si allineeranno alle previsioni o eventi imprevisti e imprevedibili faranno saltare i conti (pensate al prezzo di alcune materie prime quando è scoppiata la guerra in Ucraina).

Può sembrare una banalità, ma non lo è; è invece l’essenza dell’attività economica, quella di agire sulla base di aspettative e non ci sono previsioni davvero certe che le cose andranno come si era preventivato. Per la semplice ragione che non è possibile prevedere cosa passerà nella testa di milioni di individui da qui a trent’anni e nemmeno da qui a un anno. Per non parlare della imprevedibilità di eventi come guerre, crisi economiche, catastrofi naturali e via discorrendo. Ripeto, può sembrare una banalità, ma è il fulcro della questione.

La convenienza del Ponte e il ruolo dello Stato

Torniamo al Ponte. Quale sarà la consistenza del traffico da e verso la Sicilia con la realizzazione della nuova opera? Qualcuno può dirlo fondatamente? Si può fare una previsione realistica? È possibile sapere in anticipo come evolverà la dimensione della popolazione siciliana, quale sarà il flusso di emigrazione dall’Isola, come si assesterà la domanda di turismo nei prossimi decenni, quale sarà l’andamento dell’economia e del commercio di cui beneficerà l’Isola? Qualcuno è in grado di descrivere previsioni attendibili e valide per decine di anni circa tutto quello che può incidere sulla sostenibilità economica del Ponte?

Non siamo forse in pieno delirio da economica pianificata? Quella teoria che pretende di mettere in perfetta correlazione input e output economici? V’è da chiedersi, poi, se la realizzazione di un’autostrada, ad esempio, possa essere, anch’essa, subordinata a stime future di traffico. E se dopo anni le aree collegate da quel tratto stradale saranno interessate da crisi economiche responsabili di spostamenti di traffici commerciali e di migliaia di individui in cerca di lavoro?

Non credo che servano ulteriori esempi per comprendere l’estenuante serie di interrogativi che sono stato costretto a porre. Se il Ponte fosse un’iniziativa privata non si porrebbe nessun problema. Il rischio ricadrebbe sugli imprenditori che affronterebbero queste sfide. Il problema è che l’opera pubblica è voluta e realizzata dallo Stato che utilizza denaro pubblico. La pretesa di chiedere alla burocrazia di non correre rischi, di ridurli al minimo o di fare previsioni sul futuro economico è davvero una follia.

Ecco, se per ipotesi la Corte dei Conti si addentrasse in giudizi sulla attendibilità di previsioni economiche, allora meriterebbe critiche aspre e ben fondate. Non credo, invece, che ci siano alternative: o lo Stato rimane fuori dal mondo dell’economia – e quindi da quello che è l’universo del rischio per definizione – oppure interrogarsi sulla convenienza economico sociale di un’opera come il Ponte sullo Stretto rappresenta davvero un esercizio di bizantinismo intellettuale.

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