Politica

Polemiche surreali: per la sinistra la sicurezza è un nemico

Dal Parlamento europeo Ilaria Salis torna a impartire lezioni di diritto. Si grida allo stato di polizia e si parla di disagio sociale, ma si dimenticano le vittime della violenza

C’è un momento in cui la polemica politica smette di essere confronto democratico e diventa una rappresentazione grottesca della realtà. Un momento in cui le parole perdono il loro significato e la storia viene piegata alle esigenze della propaganda.

Quel momento arriva quando, per contestare il nuovo decreto sicurezza del Governo Meloni, qualcuno arriva a evocare addirittura Bava Beccaris, il generale che nel 1898 ordinò di aprire il fuoco contro i manifestanti a Milano. “Quale sarà il prossimo passo? Licenza di sparare sulla folla in stile Bava Beccaris?”, lo scrive assieme a molti altro l’onorevole Ilaria Salis, in un post. 

È questo il livello al quale è precipitato il dibattito politico? Davvero la presenza di militari nelle strade di Milano può essere accostata alle cannonate contro la popolazione civile? Davvero ogni provvedimento volto a rafforzare la sicurezza deve essere interpretato come l’anticamera di una dittatura?

Il paragone è talmente sproporzionato da risultare quasi surreale. Eppure viene utilizzato con disinvoltura, come se bastasse evocare una delle pagine più tragiche della storia italiana per screditare un governo democraticamente eletto. È istigazione alla paura. 

È il paradosso di una certa cultura politica: proclamarsi custode della democrazia e, contemporaneamente, dipingere come autoritaria qualsiasi iniziativa che non corrisponda alla propria visione ideologica.

La sicurezza è di tutti

La sicurezza non è una concessione della politica, né uno slogan elettorale. È una condizione fondamentale della libertà. È il diritto di attraversare una città senza paura, di utilizzare i mezzi pubblici senza sentirsi minacciati, di aprire un negozio senza il timore che venga devastato, di partecipare a una manifestazione pacifica senza ritrovarsi ostaggio di gruppi violenti. Eppure, di fronte alle immagini di scontri, aggressioni e danneggiamenti, una parte della politica sembra preoccuparsi maggiormente delle misure adottate per contrastare la violenza che delle conseguenze subite dai cittadini.

Si denuncia la repressione, si invoca il pericolo autoritario, si parla di criminalizzazione del dissenso. Ma chi ha mai sostenuto che manifestare pacificamente debba essere un reato? Lo ha chiaramente ricordato la presidente del consiglio Giorgia Meloni, manifestare è un diritto, quando tiene conto del rispetto altrui. “La libertà di manifestazione è garantita dalla Costituzione. Non altrettanto lo sono la devastazione, il saccheggio o l’aggressione”. La differenza dovrebbe essere evidente, soprattutto a chi rivendica continuamente la propria superiorità nella difesa dei principi democratici.

Naturalmente, un decreto sicurezza non è automaticamente efficace soltanto perché porta quel nome. Ogni misura deve rispettare le garanzie costituzionali, essere proporzionata e dimostrare la propria utilità concreta. Ma contestare l’efficacia di una norma è una cosa. Equiparare la presenza delle forze dell’ordine alla repressione militare di fine Ottocento è tutt’altra.

La memoria storica meriterebbe maggiore rispetto. Non dovrebbe diventare un repertorio di immagini drammatiche da utilizzare ogni volta che manca un argomento convincente.

Il pulpito di Ilaria Salis

In questo scenario non poteva mancare il post social di Ilaria Salis, europarlamentare eletta nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, tornata a intervenire sulla tutela dei diritti delle persone fermate dopo i disordini di Milano. Una posizione che merita attenzione, anche alla luce della vicenda giudiziaria che l’ha portata al centro del dibattito nazionale e internazionale.

Nel febbraio 2023 Salis venne arrestata in Ungheria, accusata di aver partecipato ad aggressioni contro persone ritenute appartenenti all’estrema destra durante gli eventi di Budapest. Le autorità ungheresi le contestarono fatti di particolare gravità, comprendenti tentate lesioni potenzialmente letali nell’ambito di un’organizzazione criminale.

Accuse che Salis ha respinto e che non hanno condotto a una sentenza definitiva di colpevolezza. È una precisazione indispensabile, perché la presunzione d’innocenza non è un principio da applicare soltanto quando fa comodo.

Ma la vicenda non finisce qui. Nel 2024 Salis viene eletta al Parlamento europeo. L’elezione le conferisce l’immunità parlamentare e il procedimento ungherese viene sospeso. Nell’ottobre 2025, il Parlamento europeo respinge la richiesta di revoca dell’immunità avanzata dall’Ungheria, con un voto estremamente risicato: 306 contro 305.

Una decisione nella quale hanno avuto peso anche le preoccupazioni relative al rischio di persecuzione politica e al rispetto delle garanzie processuali. Nell’aprile 2026, Salis annuncia la conclusione del procedimento nei suoi confronti.

Tutto questo appartiene alla cronaca giudiziaria e istituzionale. Ma esiste anche una dimensione politica che non può essere ignorata. Dal seggio protetto dell’Europarlamento è certamente più agevole richiamare il valore delle garanzie individuali. Ben più difficile è spiegare a chi subisce la violenza perché, nel dibattito pubblico, l’attenzione sembri concentrarsi soprattutto su chi viene fermato.

Sia chiaro: anche chi è accusato dei reati più gravi conserva i propri diritti fondamentali. Nessuna democrazia può permettersi di dimenticarlo. Ma esistono anche i diritti delle vittime. Esiste il diritto del commerciante a non vedere distrutto il proprio lavoro. Esiste quello degli agenti a svolgere il proprio servizio senza subire aggressioni. Esiste il diritto dei cittadini a non diventare ostaggi della violenza di piazza.

Perché questi diritti sembrano trovare così poco spazio in una certa narrazione politica? E soprattutto, perché ogni volta che lo Stato tenta di rafforzare gli strumenti di prevenzione e contrasto della criminalità, la discussione deve trasformarsi in una denuncia del presunto ritorno del fascismo?

L’immunità parlamentare è una garanzia istituzionale, non una patente di superiorità morale.

Non costituisce una condanna, naturalmente, ma neppure dovrebbe rendere impermeabile alla critica politica chi ne beneficia.

E allora una domanda a Ilaria Salis è legittima: è possibile difendere con la stessa determinazione le garanzie degli accusati e il diritto alla sicurezza di chi le violenze le subisce? Perché il garantismo autentico non seleziona i diritti in base alla convenienza ideologica.

L’alibi del disagio sociale

C’è poi un altro elemento, forse ancora più rivelatore, nella polemica contro il governo. Si sostiene che la risposta ai disordini non dovrebbe essere rappresentata dalle misure di sicurezza, ma dallo stato sociale. Si evocano il carovita, i salari insufficienti, la precarietà, i servizi pubblici in difficoltà. Problemi reali, che nessuno dovrebbe minimizzare.

Ma da quando il disagio economico giustifica la distruzione di un’attività commerciale? Da quando la difficoltà sociale autorizza ad aggredire un agente? Da quando la frustrazione diventa una spiegazione sufficiente per la violenza? Comprendere le cause di un fenomeno è indispensabile. Trasformarle in una giustificazione morale è un errore. E soprattutto, perché continuare a contrapporre sicurezza e giustizia sociale, come se fossero due principi incompatibili?

Uno Stato democratico deve investire nell’istruzione, nella sanità, nel lavoro, nell’inclusione e nella dignità delle persone. Ma deve anche garantire il rispetto delle regole, contrastare la criminalità e proteggere i cittadini. Le due responsabilità non si escludono. Si completano.

Anzi, sono spesso proprio le persone economicamente più fragili a subire maggiormente le conseguenze dell’insicurezza. Chi dispone di risorse può scegliere dove abitare, come spostarsi, quali luoghi frequentare. Chi non dispone di alternative deve convivere quotidianamente con le condizioni del proprio quartiere.

La sicurezza, dunque, non è un privilegio dei benestanti. È anche una forma concreta di tutela sociale. Ed è singolare che proprio chi rivendica una maggiore attenzione verso le fasce più deboli sembri talvolta dimenticarlo.

Il riflesso dell’antifascismo

C’è un’ulteriore questione che merita una riflessione. Definire continuamente il governo “post-fascista”, evocare lo stato di polizia, richiamare la repressione militare e suggerire che ogni intervento sulla sicurezza rappresenti una minaccia alla democrazia significa alimentare un clima di contrapposizione permanente.

L’antifascismo appartiene alla storia costituzionale della Repubblica e non dovrebbe essere ridotto a un’etichetta da applicare automaticamente all’avversario politico.

La democrazia vive di confronto, di critica e anche di opposizione radicale. Ma ha bisogno di distinguere tra una scelta politica contestabile e una violazione effettiva delle libertà costituzionali. Altrimenti tutto diventa fascismo, tutto diventa repressione, tutto diventa emergenza democratica. E quando ogni provvedimento viene raccontato come una minaccia estrema, si finisce per perdere la capacità di riconoscere quelle vere.

Non si tratta di difendere acriticamente il governo Meloni. Si tratta di pretendere un confronto politico fondato sui fatti, sulla proporzione e sulla responsabilità delle parole. Un decreto può essere sbagliato. Una norma può essere inefficace. Un provvedimento può sollevare dubbi di costituzionalità. Ma nulla di questo autorizza automaticamente a evocare le cannonate del 1898.

Stato di diritto non vuol dire impotente

La questione, in definitiva, è molto più semplice di quanto si voglia far credere. La libertà non esiste senza responsabilità. I diritti non sopravvivono se vengono separati dai doveri. E la democrazia non si rafforza quando lo Stato rinuncia a garantire la legalità.

La protesta pacifica va difesa. La libertà di espressione va tutelata. Le garanzie processuali devono valere per tutti, senza eccezioni. Ma nessuna di queste conquiste può essere utilizzata per oscurare il diritto dei cittadini a vivere in sicurezza.

Chi invoca continuamente lo stato sociale dovrebbe ricordare che uno stato incapace di proteggere le persone finisce per tradire proprio quelle più vulnerabili.

E chi, dal Parlamento europeo, richiama giustamente il rispetto dei diritti fondamentali dovrebbe riconoscere con altrettanta chiarezza che quei diritti appartengono anche a chi subisce le conseguenze della violenza. La sicurezza non è fascismo. La legalità non è repressione. E il rispetto delle regole non è una minaccia alla democrazia.

Se per contestare 500 militari nelle strade di Milano occorre scomodare Bava Beccaris e le cannonate sulla folla, forse il problema non è soltanto la radicalizzazione del dibattito politico. È la perdita del senso della misura. E quando la propaganda arriva a deformare persino la memoria storica, il rischio è che a essere sacrificata non sia soltanto la verità, ma anche quella cultura democratica che si pretende di difendere.

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