Cultura

Genesis: i quattro anni che cambiarono la storia del rock progressivo (seconda parte)

Il mondo dei Genesis attraverso le emozioni di un semplice fan: l'unico concept album, "The Lamb lies down on Broadway", l'uscita di Gabriel e il passaggio al pop

Genesis Lamb cover

The lamb lies down on Broadway

La scorsa volta abbiamo visto i Genesis muovere i loro primi passi sulla scena internazionale e abbiamo analizzato la grandiosità ed originalità dei loro tre album “Nursery Cryme”, “Foxtrot” e “Selling England by the Pound”.

Oggi invece prenderemo in esame il quarto e ultimo album di questa quadrilogia, “The Lamb lies down on Broadway” del 1974, che è anche l’ultimo in cui compare la formazione al completo – Tony Banks, Phil Collins, Peter Gabriel, Steve Hackett e Mike Rutherford (in ordine rigorosamente alfabetico) – poiché subito dopo il tour successivo all’uscita di questo album, il loro frontman Peter Gabriel lasciò il gruppo intraprendendo la sua lunga carriera da solista.

lamb

Si tratta del primo ed unico concept album dei Genesis, un pilastro del rock progressivo noto per la sua narrazione surreale, la sperimentazione musicale e l’atmosfera cinematografica che l’avrebbero reso la sceneggiatura ideale per un film (come “The Wall” dei Pink Floyd) ma che, tuttavia, non ha mai visto la luce, uno dei rammarichi più grandi dei fan dei Genesis.

In “The Lamb lies down on Broadway” i Genesis abbandonano le atmosfere britanniche per abbracciare quelle americane: l’album è infatti una storia complessa e surreale incentrata su Rael, un giovane teppistello portoricano di New York, quello che oggi si direbbe un “writer”, che intraprende un viaggio onirico e psicologico attraverso una serie di eventi surreali e simbolici. La trama, scritta principalmente da Peter, è volutamente ambigua, mescolando realtà, sogno e mitologia, con riferimenti a cultura pop, psicoanalisi e letteratura.

L’album comincia con il brano omonimo (“The lamb lies down on Broadway”) in cui Rael, appena uscito dalla metropolitana di New York con la sua bomboletta spray ben nascosta dopo aver disegnato uno dei suoi graffiti, si mescola alla folla nel caotico traffico cittadino di Manhattan ma si accorge, unico tra la folla, che un enorme muro mortale invisibile sta per abbattersi su Times Square ma nessuno sembra curarsene.

Qui comincia il suo delirio onirico (“Fly on a windshield” / “Broadway melody of 1974”) rivivendo episodi del passato remoto (“echoes of the Broadway Everglades”) e della storia newyorkese più recente con personaggi famosi come Lenny Bruce, Marshall McLuhan, Groucho Marx, il Ku Klux Klan, Caryl Chessman ed Howard Hughes che si alternano nel suo sogno in una surreale parata con cheerleader e majorette.

Dopo essersi svegliato in una sorta di limbo (“Cukoo Cocoon”), si ritrova intrappolato in una gabbia sotterranea (“In the Cage”), sopraffatto da visioni claustrofobiche e da un senso di oppressione (con uno dei più famosi assoli al Mellotron di Tony). Qui inizia il suo viaggio attraverso un paesaggio surreale, dove la realtà si deforma in modi inaspettati.

Rael finisce così in una sorta di surreale magazzino (“The Grand Parade of lifeless packaging”) dove figure umane ridotte a meri prodotti senza vita sfilano in una grottesca esposizione e dove Rael riconosce anche suo fratello etichettato con il numero 9 (“brother John is number nine”).

A Rael adesso tornano alla mente gli episodi del suo passato newyorkese (“Back in N.Y.C.” – l’unico pezzo hard rock della band inglese), un momento di indicibile dolcezza (“Hairless Heart”) e i suoi primi goffi e disastrosi tentativi di approcci sessuali (“Counting out time”) contando sui preziosi consigli di un libro specializzato che si rivelerà tuttavia del tutto inutile e dannoso per i suoi scopi.

La scena cambia nuovamente e Rael si ritrova nella hall di un grande edificio (“Carpet Crawlers”) dove una folla numerosa striscia lentamente carponi su un enorme tappeto verso una porta lontana. Le musiche sono struggenti e i testi densi di simbolismo: i “crawlers” sono una metafora degli individui intrappolati in aspirazioni vane. Il refrain “You’ve got to get in to get out” suggerisce la necessità di affrontare le proprie paure per poter trovare una via d’uscita ai drammi irrisolti della propria esistenza.

Continuando la loro lenta avanzata verso il fondo della sala e dopo essere saliti su una lunga scalinata, Rael e la folla intorno a lui giungono in una grande stanza con 32 porte (“The Chamber of 32 doors”) dove tutti corrono da una porta all’altra in cerca di una via d’uscita. Solo una porta infatti conduce all’uscita ma nessuno sa quale sia. Le musiche sono qui addirittura disperate e il brano si chiude con un appello tormentato: “I’d give you all of my dreams if you’d help me find a door that doesn’t lead me back again, take me away”.

In “Lilywhite Lilith”, Rael si imbatte in un personaggio enigmatico, Lilith, una donna cieca che lo guida attraverso un tunnel oscuro aiutandosi con il soffio della brezza e lo conduce nella “Waiting Room”, una grande grotta con un trono di giada illuminato da due globi infuocati che si muovono minacciosamente verso di lui. Alcuni critici musicali interpretano Lilith come una figura mitologica ispirata al demone Lilith della tradizione ebraica oppure come la guida spirituale di Rael nel suo viaggio onirico, la sua personalissima Beatrice.

Durante la sua sosta nella sala d’attesa, Rael si sofferma a riflettere sulla sua condizione nel suo viaggio caotico e apparentemente senza fine che, suo malgrado, ha intrapreso, con pensieri di morte e di rassegnazione mirabilmente descritti in “Anyway” (che contiene un altro splendido assolo alle tastiere di Tony e virtuosismi alla chitarra di Steve). Quella stessa morte che poi arriverà con un po’ di ritardo (“…and it’s ‘Good morning, Rael, so sorry you had to wait, it won’t be long, she’s very rarely late’”) e che lo anestetizzerà in “Here Comes the Supernatural Anaesthetist”.

Di peripezia in peripezia, Rael giunge nella piscina di “The Lamia”, le creature mitologiche con la testa di donna e il corpo di serpente, che lo attirano a sé per assaggiarne il corpo in una danza sensualissima e inquietante che termina con la loro morte non appena la prima goccia di sangue di Rael entra nelle loro vene, e con Rael che poi ne mangia i resti.

È uno dei brani musicalmente più belli dell’intero album; tuttavia, l’incontro con le Lamie rappresenta un punto di svolta che si ripercuoterà negativamente su Rael, destinato inesorabilmente a trasformarsi anch’egli in un essere ripugnante come quelli che occupano “The colony of slippermen”, (brano che contiene un omaggio alle Lyrical Ballads di William Wordsworth: “I wandered lonely as a cloud…”) personaggi goffi, viscidi e pieni di verruche su tutto il corpo che ondeggiano i fianchi sproporzionati nella loro andatura sgraziata.

Rael si accorge che anche suo fratello John fa parte della colonia e insieme decidono di sottoporsi alla loro evirazione, l’unico rimedio per evitare questa loro inevitabile trasformazione. L’operazione viene effettuata dal “Doktor Dyper”, il quale pone poi gli organi sessuali tagliati in tubi di plastica che i soggetti dovranno tenere al collo.

Tuttavia, un corvo nero ruba il tubo di Rael e si dirige in un lungo tunnel oscuro. Rael chiede aiuto a suo fratello ma questi si rifiuta di aiutarlo per codardia. Così Rael dà inizio alla sua folle corsa solitaria per inseguire il corvo, il quale poi, giunto sull’orlo di un burrone (“Ravine”), fa cadere il tubo nell’acqua di un fiume. Mentre si inerpica su per il burrone, davanti a Rael si spalanca una finestra che dà sul suo vecchio mondo di New York (“The light dies down on Broadway”). Egli è tentato dal saltarvi dentro per tornare alla sua vecchia vita ma, appena un attimo prima di saltare, scorge in basso nell’acqua la figura di suo fratello John che sta per essere inghiottito da un gorgo nel fiume.

Rael corre allora sull’orlo del burrone per arrivare il più vicino possibile al punto dove John sta annegando (“Riding the scree” – brano che contiene un altro superbo assolo al Mellotron di Tony) e poi si tuffa in prossimità delle rapide (“In the rapids”) per recuperarlo e, con le forze residue, riesce a trascinarlo fino alla riva del fiume. Tuttavia, una volta giunti in salvo, con sua somma meraviglia si accorge che il viso non è quello di suo fratello John ma è il suo.

Finale enigmatico

L’album si chiude quindi con il brano più enigmatico, “It”, un’esplosione di energia che è l’epilogo della storia surreale di Rael. Il brano si distingue per la sua vitalità musicale, il testo ambiguo e il suo ruolo come conclusione aperta della narrazione, lasciando spazio a molteplici interpretazioni. Il testo può essere interpretato come una riflessione sulla trascendenza, l’accettazione del proprio destino o la fusione di Rael con un’entità spirituale superiore. La vaghezza del testo riflette l’intenzione di Peter di lasciare la storia aperta, invitando gli ascoltatori a trarre le proprie conclusioni.

Il brano, e con esso l’album, si chiude con una frase criptica che all’apparenza suona come un omaggio ai Rolling Stones: “It is only knock and knowall but I like it” (l’originale è “It’s only rock’n’roll but I like it”) ma in quel “knock” (bussare) e in quel neologismo “knowall” (sapere tutto, essere onnisciente) forse si nasconde la chiave del mistero: Rael è forse diventato onnisciente al termine del suo lungo viaggio onirico. Ma forse anche no, chi può saperlo? Del resto, la bellezza di questo album sta proprio in questo finale enigmatico.

Dal progressive al pop

Dopo la fuoriuscita di Peter Gabriel dalla band, negli anni successivi i Genesis continuarono la loro attività con Phil Collins come nuovo frontman pubblicando i due album “A trick of the tail” e “Wind and wuthering”, entrambi nel 1976, in cui i virtuosismi di Steve Hackett poterono godere di maggiore spazio rispetto al passato, conferendo a questi due album quasi le stesse sonorità e lo stesso stile degli album precedenti, che possono quindi a buon titolo annoverarsi tra gli album migliori del gruppo.

Tuttavia, le crescenti tensioni all’interno della band e il desiderio di Steve di dedicarsi a sue produzioni autonome lo portarono ad uscire anch’egli dai Genesis subito dopo la conclusione del tour mondiale che portò alla pubblicazione dell’album dal vivo “Seconds out”.

I tre superstiti del gruppo, cioè Tony Banks, Phil Collins e Mike Rutheford, tornarono di nuovo in studio e, tra il 1978 e il 1981, pubblicarono tre ulteriori album: “And then there were three” nel 1978, “Duke” nel 1980 e “Abacab” nel 1981, in cui l’impronta blues/pop di Phil Collins cominciò ad assumere una rilevanza via via sempre più significativa e a prendere il sopravvento sullo stile più classico genesisiano, pur non mancando brani ancora molto “progressive” come “Burning rope”, “Duke’s travels” e “Like it or not”.

Gli album successivi pubblicati dai Genesis prendono però definitivamente un’altra strada e abbandonano del tutto le sonorità del rock progressivo sposando invece il genere pop che Phil Collins aveva già intrapreso come solista di successo e che portò anche all’interno della band. E così, gli ultimi quattro album dei Genesis prima del loro scioglimento definitivo nel 1999, cioè “Genesis” (1983), “Invisible Touch” (1986), “We Can’t Dance” (1991) e “Calling All Stations” (1997), sono album pop che nulla hanno più a che vedere con le vecchie sonorità.

Viaggi della mente

Alla fine di questa lunga carrellata, resta comunque indiscutibilmente il fatto che i quattro album del loro periodo migliore composti, ricordiamolo, da cinque ragazzi di buone speranze poco più che ventenni, rappresentano un apice irripetibile del rock progressivo dove sonorità visionarie e narrazioni audaci si intrecciano in un mosaico di pura arte: un momento di irripetibile bellezza.

Dalle atmosfere fiabesche e surreali di Nursery Cryme al maestoso virtuosismo di Foxtrot, dall’eleganza britannica intrisa di malinconia di Selling England by the Pound all’epopea urbana newyorkese densa di sperimentazioni oniriche di The Lamb Lies Down on Broadway, i Genesis hanno creato un universo musicale unico. I loro non sono solo dischi ma viaggi della mente che continuano a incantare ogni volta che li si ascolta, sfidando il tempo con la loro genialità senza confini.

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