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Giuseppe Conte e i 5 Stelle: un amore già al capolinea?

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“Sembra che nessuno voglia perdonare a Conte la sua levatura… Ha reso possibili delle riforme che questo Paese aspettava dai tempi dell’Antica Roma”, così il fondatore del Movimento 5 Stelle, il comico Beppe Grillo, si esprimeva nell’agosto 2019 sull’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in un post sul suo blog, annunciando l’entrata di Giuseppi tra gli Elevati. Potreste pensare che da un comico sia più che normale attendersi della comicità, ma Grillo non fu l’unico a raccontare l’avvocato di Volturara Appula come il miglior statista dei nostri tempi. Infatti, il clamore intorno all’allora premier era veramente a livelli imbarazzanti per lo spessore politico che ha poi rivelato l’avvocato del popolo.

Luigi Di Maio, ad esempio, che da tempo i giornali raccontano come l’altro leader dei 5 Stelle, il lungotenente di circa un centinaio di parlamentari grillini, nel novembre dell’anno appena passato, spiegava a Bianca Berlinguer, conduttrice di Cartabianca, che Conte “è il futuro di questa forza politica”, cioè dei 5 Stelle. Ma i complimenti arrivavano anche da altri leader politici, come dall’ex leader del Partito democratico, e presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera a fine 2019, diceva che “Conte si è dimostrato un buon capo di governo”, dimostrandosi “oggettivamente un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”.

Sembrano le parole che ricorrono oggi sui giornali italiani riguardo l’operato del premier Draghi. Complimenti a non finire, come dei cani di guardia del potere. Non voglio, ora, discutere dell’operato dell’attuale governo, ma rievocare le gesta che hanno condotto Conte a divenire un grande bluff della politica italiana. Come ben sappiamo, dopo che nel febbraio 2021 uno dei politici italiani più astuti, vale a dire l’ex premier Matteo Renzi, decise che la delegazione del suo partitino Italia Viva si ritirasse dal governo Conte 2, l’allora premier comprese che, se non voleva tornare alla vita da professore universitario all’Università di Firenze, l’unico ruolo che avrebbe potuto assumere era quello di capo politico della forza che l’aveva, malauguratamente, presentato al Paese. A quel tempo, il campo progressista (meglio identificato come un “tutti contro il centrodestra”) accoglieva a braccia aperte i 5 Stelle e l’incoronazione di Conte alla guida del Movimento. E anche tra i grillini, nonostante alcune voci contrarie, sembrava Conte l’unica via per riconquistare i tanti voti persi rispetto al 2018. Ma dopo la sua imbarazzante elezione via web del 6 agosto 2021 a presidente del Movimento, si rivelò velocemente la debolezza dell’Elevato.

La prima promessa dopo essere stato eletto, anche se sarebbe più corretto dire auto-eletto visto i contorni dell’elezione, non è ancora stata realizzata: Conte allora parlò della creazione del “più partecipato e importante programma di governo che sia mai stato elaborato”. L’unica cosa che riuscì a costituire sono i cosiddetti “Comitati tematici”, poco meno di una ventina, per la precisazione 17, che dovranno “contribuire all’azione politica del Movimento 5 Stelle attraverso la formulazione di proposte e l’espressione di pareri”.

Ma i problemi per Conte sorgono immediatamente tra le aule del Senato e della Camera dei deputati, dove, com’è normale per un capo politico, Giuseppi voleva far eleggere a capogruppo due persone a lui vicine. I prescelti furono Ettore Licheri al Senato e, prima Bonafede (ma troppo contiano), poi Angelo Tofalo alla Camera, dove come capogruppo era (ed è) insediato Davide Crippa, molto vicino al fondatore Grillo. Dopo il pareggio, al Senato, tra i due sfidanti, da una parte il contiano Licheri e dall’altra la dimaiana Castellone, Conte decide di fare due passi indietro per accontentare gli scontenti del nuovo corso politico, facendo ritirare dalla sfida Licheri e dando il via libera alla Camera al capogruppo Crippa.

Su altre due questioni Conte ha evidenziato la sua inesperienza come leader politico: terzo mandato e 2×1000. Il divieto di terzo mandato è una delle battaglie storiche dei grillini, ma ora vorrebbero eliminarlo per mantenere nei ranghi politici le figure interne più importanti, come il ministro Di Maio, e farsi rieleggere (i pochi che vi riusciranno). Su questo, nulla è stato ancora deciso. Mentre sulla seconda questione, a fine novembre gli iscritti votarono per l’istituzione del 2×1000 da devolvere al partito, ma la Commissione di garanzia ha respinto la richiesta, così da scontentare i grillini più ortodossi, contrari ai contributi, ma anche i contiani.

Arrivando ai nostri giorni, ora la questione più scottante è l’elezione del presidente della Repubblica, che si terrà a partire dal 24 gennaio, questione che come le altre sta spaccando il Movimento. Sembra quasi un film ciò che sta avvenendo tra le file grilline. Da disperati quali sono i grillini provano a giocare la carta del Mattarella Bis, in barba alla Costituzione e alla volontà dichiarata dell’attuale presidente, che in più di un’occasione ha lasciato intendere di non aspirare alla rielezione. Ma il nome di Mattarella è uscito da una riunione tenutasi in Senato, pur non rispecchiando la volontà di Conte. Infatti, il giorno stesso, il 4 gennaio, l’ex premier fece trapelare di non aver alcun pregiudizio nei confronti di Mario Draghi come presidente, mentre sempre nella stessa mattinata il ministro delle politiche agricole, Stefano Patuanelli, considerato molto vicino a Conte, in un’intervista al giornale triestino Il Piccolo dichiarò che è giunto il momento di un profilo femminile. Quindi, nel medesimo giorno i 5 Stelle esprimono tre volontà diametralmente opposte tra di loro. Cose da Democrazia Cristiana… si potrebbe pensare. Sbagliando di grosso però, perché la DC, pur imbevuta di diversi correnti, spesso in lotta tra loro, quando parlava, parlava con una voce sola. Come tutti i forti partiti guidati da forti leader.

Secondo molti opinionisti, e anche umilmente secondo il sottoscritto, la figura politica di Giuseppe Conte è destinata a finire gradualmente nel dimenticatoio, pur avendo guidato – ahinoi, povera Italia! – ben due governi, di cui uno nel periodo più difficile del Dopoguerra.