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Le misure anti-Covid di Johnson non paragonabili a quelle sul Continente, ma nei Tories cresce l’insofferenza

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Sembra che il destino politico di Boris Johnson abbia un appuntamento con il Natale. Nel 2019 ottenne il suo più grande trionfo nella Christmas Election che gli consentì di portare a Westminster il più alto numero di parlamentari Tory dai tempi di Margaret Thatcher. Quest’anno il premier britannico ha annunciato le nuove restrizioni per fare fronte alla diffusione della variante Omicron in UK in una giornata in cui è stato sotto il fuoco incrociato dei media e dell’opposizione alla Camera dei Comuni per il presunto party natalizio tenutosi l’anno scorso a Downing Street tra membri del suo staff.

Se però Santa Claus porterà regali o carbone a BoJo è ancora tutto da vedere. Ieri, in una conferenza stampa congiunta ai top advisor medico-scientifici del Paese Johnson ha lanciato il pass vaccinale per gli eventi al chiuso (teatri, cinema, concerti) e l’obbligo di utilizzo delle mascherine nei locali pubblici da venerdì. Nuove misure sono state implementate anche per il lavoro da casa. Questa serie di restrizioni – se vogliamo limitate rispetto alle misure adottate da Austria, Germania, Francia e Italia – non gli porterà maggiore benevolenza all’interno del partito conservatore. Nei giorni scorsi, quando l’odore di Piano B si stava già diffondendo nei palazzi di Westminster, il chairman del 1922 Committee, e cioè il presidente del gruppo Tory alla Camera dei Comuni, Sir Graham Brady, ha scritto un editoriale per il Telegraph sottolineando come le limitazioni alle libertà personali siano contrarie allo spirito della costituzione britannica e al suo sviluppo nel corso dei secoli. Dagli schermi di GB News, invece, Nigel Farage le ha definite “illiberali”.

Ieri il 1922 Committee si è radunato al termine del Question Time ma l’attesa è tutta per mercoledì, quando sarà lo stesso Johnson a presentarsi al Committee per rispondere dell’operato del suo staff rispetto al presunto party natalizio 2020 e delle nuove restrizioni. Una prima risposta al leak del video in cui il suo staff ride del party apparentemente tenutosi lo scorso anno in pieno lockdown, Johnson l’ha già data ieri chiedendo alla portavoce del COP26, Allegra Stratton, di dimettersi. Stratton ha convocato una conferenza stampa fuori da casa sua e, in lacrime, ha annunciato il suo addio a Downing Street. Inoltre, in serata la Metropolitan Police ha confermato che non ci sarà alcuna investigazione ufficiale della polizia sul party per “mancanza di prove”. Johnson ha tirato un sospiro di sollievo: evidentemente Cressida Dick, il capo della Met, si ricorda ancora di chi l’ha sempre sostenuta, anche quando il Labour ha chiesto le sue dimissioni per il caso di uno stupro compiuto da un’agente della polizia la scorsa estate…

Ma è sulle restrizioni per un nuovo Natale in tono minore che Johnson si gioca moltissimo. Nel partito l’insofferenza nei suoi confronti è al massimo livello dopo alcune scivolate che non gli sono state perdonate: il discorso balbettante alla CBI, l’aumento delle tasse, il confusionario ritiro dall’Afghanistan, la gestione della pandemia. Il partito si aspettava che dopo il Freedom Day del luglio scorso non ci sarebbero più stati lockdown e mascherine e si sarebbe tornati, per sempre, alla normalità. Così non è stato e sembra che la trasformazione della pandemia ad endemia non si sia ancora verificata. Addirittura Johnson ha parlato di un “dibattito nazionale” sull’opportunità o meno di rendere la vaccinazione anti-Covid obbligatoria. Vedremo quali saranno gli effetti sull’economia e sulla società britannica.