Le opzioni di Draghi e quelle di Salvini per non finire come gatti in tangenziale

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Il nuovo governo – Il governo Draghi nasce dalla vittoria di Renzi in nome dell’Europa ed è una ciurma esemplificata dalla presenza di Daniele Franco (l’uomo che scrisse la lettera Trichet-Draghi a Berlusconi del 5 agosto 2011), Speranza (l’uomo del lockdown), Lamorgese (la donna dei migranti). Un governo del presidente (della Repubblica), di quel Mattarella che: prima difendeva Conte facendo minacciare elezioni; poi orientava le consultazioni incaricando esploratore Fico anziché Casellati; poi cercava Draghi per far da tata alla maggioranza uscente; poi attendeva silente Russò; infine otteneva un assortimento di ministri “tecnici” simpatetici (Cartabia), prodiani (Bianchi) e gretini (Giovannini, Cingolani, Colao), avendo soddisfatto Di Maio e Fico e proseguito dentro il nuovo governo il congresso permanente del Pd (Orlando-Guerini–Franceschini). 

A far da sfondo, Mattarella e Draghi hanno graziosamente ottriato tre sgabelli per la LegaNord e tre per ForzaEuropa, destinati a sei neo-ministri scelti come Letta scelse Alfano: per evitare che lascino l’esecutivo nel caso in cui la destra decidesse di ritirare l’appoggio al governo. L’offerta è stata accettata, asseritamente al servizio di tre fini politico-politicanti. Il primo, costringere la maggioranza uscente a rinunciare ad un proprio governo: fine manifestamente fallito in partenza. Il secondo, conquistare la garanzia di elezioni nel 2022: ma già i quirinalisti discettano di una proroga per Mattarella sino al 2023. Il terzo, conquistare “la garanzia di poter governare dopo una vittoria elettorale”: ma già Cassese precisa che la Lega, se vuole governare, deve dedicarsi ai “problemi mondiali (il riscaldamento del pianeta, il terrorismo globale, l’inquinamento degli oceani, i fenomeni migratori)” … insomma, se vuole governare, la Lega deve diventare il Pd come già aveva spiegato Mieli. La Lega, inoltre, non conosce le conseguenze di questa scelta politico-politicante in termini di politica economica e monetaria. Certo, Draghi è liberale di destra, ma lo era pure Monti; certo, un Draghi con ministri solo Pd-5S sarebbe una cosa diversa da uno senza, ma la decisa maggioranza dei ministri è simpatetica con Pd-5S. Salvini aveva da porre a Draghi una domanda semplice: cosa farà, il giorno in cui saranno cadute le frottole del Recovery Fund e saranno finiti gli acquisti di Bce? Domanda che non è stata posta, ma la cui risposta dipende da ciò che farà Draghi, nel frattempo arroccatosi in una riserva indiana, fatta della delega agli Affari europei e del nominato Franco suo fedele.

Il Recovery Fund – Draghi stesso, non parla: si è limitato a leggere la lista dei ministri, senza aggiungere una parola. Secondo Cassese, Draghi è venuto a sistemare con Bruxelles le partite del Patto di Stabilità e del Recovery Fund (oltre che la presidenza G20, e copresidenza Cop26) e Stefano Folli è categorico: “la priorità sono due, tra loro collegate: il Recovery e le riforme per modernizzare un’Italia ingessata”. In effetti, sono partite intrecciate. Il Recovery Fund contiene le previsioni della disciplina macroeconomica (cioè la pretesa di riform€ deflattive). Le previsioni della disciplina fiscale (cioè la pretesa della aust€rità recessiva) sono invece contenute nel Patto di Stabilità, del quale la Commissione ha inaspettatamente accelerato il rientro in vigore, dopo che era stato sospeso lo scorso marzo causa Covid: era inteso non si sarebbe discusso di reintrodurlo prima del prossimo autunno, invece se ne parlerà a marzo, tra un mese. Insieme si parlerà di una proposta di riforma dello stesso Patto, ma omeopatica: unicamente volta a incorporare nel vecchio patto il ‘Green deal’. Tutto ciò avrebbe un impatto recessivo maggiore, rispetto al quale impallidisce il modesto contributo teoricamente offerto dai mitici 209 euromiliardi del Recovery Fund e fa ridere il commissario Gentiloni quando accompagna le proprie striminzite previsioni di crescita per l’Italia con la promessa che esse si trasformeranno in un “boom” [sic], quando sarà giunto il mitico Recovery Fund. Perciò, taluni si aspettano sia questo il fronte principale di Draghi ma, in effetti, lo scambio in essere (riform€ e aust€rità in cambio del Recovery Fund) è quello convenuto da Conte lo scorso luglio, dunque qui ci sarebbe poco da fare. Il Recovery Fund è un gatto in tangenziale.

Il campo di battaglia – Tuttavia, le cose potrebbero essere pure peggiori in quanto, a Berlino, economia e inflazione promettono una forte ripresa, lo dice la Bundesbank. Sicché, il nuovo cancelliere che sostituirà Merkel dopo le elezioni politiche di settembre, vorrà fortissimamente la fine degli acquisti di Bce (QE-PEPP). Che ciò significhi la spaccatura dell’Euro unico, è evidente a chiunque. A cominciare dalla Bundesbank e dalla Nederlandsche Bank che non desiderano altro, perciò non vogliamo credere non sia evidente pure ai politici tedeschi e olandesi. I quali, plausibilmente, preferiscono una controllata rivalutazione, piuttosto che far partire un Recovery Fund che essi stessi hanno disegnato come un gatto in tangenziale, evocativo di una Unione Fiscale che ripugna al loro elettorato. 

Di fronte alla battaglia che si prepara, il Nord Europa sta già disponendo i propri reggimenti, anzitutto rallentando la propria approvazione nazionale della decisione sulle risorse proprie, senza la quale il Recovery Fund non può nemanco partire. L’Olanda, in particolare, non la approverà prima della formazione del proprio nuovo governo, successiva alle elezioni politiche di metà marzo, come ormai si è accorto persino qualche giornale italiano (Il Manifesto, Huffington Post). L’ultima volta, a formare un governo all’Aia occorsero 225 giorni: un tempo sufficiente per superare le elezioni politiche tedesche di settembre. Per quell’epoca, ad un Draghi intenzionato ad onorare la propria parte dello scambio convenuto da Conte (riform€ e aust€rità in cambio Recovery Fund), verrà aggiunta una postilla: in cambio del Recovery Fund, non ci bastano riform€ e aust€rità, ma vogliamo pure la fine del QE e del PEPP. Esattamente come era successo con la banking union, nata come scambio fra sorveglianza banche ed assicurazione europea sui depositi (Edis). Dopo che gli Italiani avevano già dato la sorveglianza, i Tedeschi aggiungevano una postilla: in cambio della Edis, vogliamo pure che le banche italiane scarichino Btp (Risk Weight e massimali) … e la faccenda è finita con la nostra cessione unilaterale dei poteri di sorveglianza sulle banche senza alcuna Edis. Questo lo schema di gioco di Rutte e dei Tedeschi.

Le opzioni di Draghi – Orbene, tale schema di gioco Draghi lo conosce assai bene per averlo subito da protagonista. Aver formato un proprio governo gli serve per poter reagire nello stesso modo di allora: elencando per bene l’elenco di riform€ e aust€rità nel compitino per Bruxelles; indicando i propri ministri eurofanatici e la prossima ratifica italiana del Nuovo Trattato Mes (che pure gli ripugna) come prova della pubblica abiura della Lega all’antieuropeismo e promessa della “prosecuzione del processo di integrazione e nella concessione di sovranità”; esponendo se stesso come uno scudo umano ‘garante della volontà italiana di stare in Europa’. Ma, in cuor suo, sa che tutto ciò serve a niente, perché, questa volta, i Tedeschi vogliono veramente la fine del QE e del PEPP. 

Come sa che, se Bce cessasse di acquistare Btp, l’Italia nell’Euro non ci potrebbe stare più. Certo, a meno di non chiamare il Full-Mes e farsi imporre la ristrutturazione del Btp, cioè il bail-in di massa delle banche ed una recessione mostruosa stile Grecia. Ma Draghi non è venuto per questo, lo ha spiegato a Rimini

Per difendersi, Draghi potrebbe forse resuscitare lo schema di alleanze che aveva dentro Bce (un’istituzione federale nella quale ì Tedeschi sono costretti a sottomettersi alla maggioranza). Così facendo, effettivamente, egli potrebbe tenersi almeno QE e PEPP. Ma, in tal caso, Berlino riazionerebbe la non dimenticata ed ancora non eseguita sentenza della propria Corte Costituzionale di Karlsruhe e la palla tornerebbe a centro campo. 

Tale schema di alleanze, inoltre, non gli basterebbe né per varare il Recovery Fund (ciascun parlamento nazionale avendo, in questa fase, diritto di veto); né, successivamente, per ottenere i prestiti del Recovery Fund (i Tedeschi avendo, da soli o coi loro satelliti, il diritto di veto); né per scuotere la Ue in generale (una istituzione confederale nella quale i Tedeschi, da soli o coi loro satelliti, hanno il diritto di veto). Quand’anche Draghi avesse coalizzato Italiani e Francesi ed una vasta maggioranza di Stati Membri, otterrebbe solo di tenere tutto bloccato: per l’Italia, fra una maggioranza di blocco latina ed una germanica non v’è, agli effetti pratici, alcuna differenza. I sogni, anche recentemente attribuiti a Draghi, di “superare il metodo dell’unanimità” sono destinati a rimanere tali. 

Messo alle strette, Draghi potrebbe solo prendere atto di quanto sopra ed impiegare la propria scicchissima agenda telefonica a smontare la moneta unica infernale che egli stesso ha tanto contribuito a costruire e difendere. Ma lo farà solo quando vi sarà costretto, non importa se a Chigi o al Quirinale. 

Nel frattempo, c’è un che di tragico in questo immolarsi del “Migliore degli Italiani” per una causa che egli sa persa in partenza. In questo suo trasformarsi da onnipotente a gatto in tangenziale.

La LegaEuro – Allo stesso tempo, c’è un che di comico nel parallelo immolarsi dei tre ministri della LegaNord per una causa persa in partenza, ma nella quale essi credono fermissimamente. 

Abbiamo scritto LegaNord, ma meglio avremmo detto LegaEuro. Giacché, troppo diffuso è, nel Nord Italia, il sentimento avverso alla moneta unica europea, troppi risparmiatori hanno perso dal bail-in, troppe banche hanno chiuso i rubinetti con l’unione bancaria, troppe imprese hanno abbassato la serranda nelle tre crisi degli ultimi 14 anni. Suscitando un sentimento diffuso, popolare, di diffidenza verso ciò che Draghi rappresenta. Sentimento cui la Lega per Salvini ha saputo dare una risposta meditata, grazie a notevoli esponenti euroscettici e dieci anni di lezioni e politica NoEuro. Di tutto ciò, la LegaEuro pare non essersi accorta. Certo, i tre ministri della LegaEuro promettono di spendere i mitici 209 euromiliardi per imprese, artigiani, partite Iva e commercianti. Ma sarà curioso osservare Garavaglia mentre annuncia a ristoratori e baristi l’ennesimo lockdown ordinato dal collega Speranza, alle partite Iva che di fondi del Recovery Fund pure quest’anno non si parla. Sarà intrigante vedere Giorgetti difendere la plastictax di Colao, le azioni urgenti (riscaldamento globale e suoi effetti su desertificazione, innalzamento degli oceani, riserve di acqua dolce) di Cingolani, il nuovo modello di sviluppo (mobilità elettrica-coworking-ciclabilità) di Giovannini. Sarà stimolante contemplare la Stèfani, mentre fuori Oderzo spiega che l’aumento delle rendite catastali sui capannoni fa aumentare l’indice di benessere equo e solidale (Bes). Tre gatti in tangenziale.

La Lega di Salvini – Si dice che Salvini sia stato tagliato fuori dalla parte informale delle consultazioni, riservata da Mattarella e Draghi a Giorgetti: come pure si intuisce dall’esito. Giorgetti pare lo abbia ringraziato: “grazie a te, perché hai messo al secondo posto il partito e il consenso”. Non conosciamo la risposta dell’interessato, ma vediamo come egli, per ora, si diverta a provocare. Chiede “un robusto cambio di passo sull’immigrazione” … a Lamorgese, “la riapertura di bar, ristoranti, palestre” … a Speranza. Si dice contento di non “guardare da fuori un governo di sinistra” … come se fosse meglio guardarlo da dentro. Dice, “preferisco giocarmi la partita che guardarla dagli spalti” … ma poi sugli spalti ci resta, compra pure i pop-corn e al governo ci lascia andare Giorgetti. Sicché, la sconfitta di Draghi sarebbe la sconfitta della LegaEuro, non necessariamente pure di Salvini. Quest’ultimo ha fatto sapere pure che “nella Lega, la prima e l’ultima parola sono le mie”. Sicché non si fa peccato ad immaginare che … man mano che Draghi verrà avanti con il lockdown, la lotta all’innalzamento degli oceani, la plastictax, la ciclabilità, le rendite catastali e quant’altre riform€ e aust€rità gli capiterà di pretendere … Salvini troverà l’occasione di allontanarsene, lasciando la LegaEuro a far la fine del partito di Alfano e i tre ministri quella di Angiolino. In difetto, la Lega di Salvini farà la fine dei grillini.

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