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Nel nome di Pim Fortuyn, continuare a difendere la libertà di espressione

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Sono passati 20 anni da quel 6 maggio 2002 in cui il politico Pim Fortuyn fu assassinato con cinque colpi di pistola solo nove giorni prima delle elezioni generali in Olanda. Fortuyn era una stella nascente della politica olandese e, dopo il successo alle amministrative, secondo alcuni sondaggi, poteva arrivare a vincere le elezioni per il Parlamento nazionale.

Quella che stava portando era la sfida ad un establishment che in maniera largamente consociativa aveva da sempre governato il Paese in un clima di apparente stabilità che nascondeva, però, sotto il tappeto conflitti sociali e politici crescenti. Fortuyn, dal canto suo, non aveva paura di affrontare con chiarezza questioni delicate e che stavano a cuore alla gente comune, anche quando questo significava trasgredire le regole non scritte del galateo politico-istituzionale.

Riteneva in particolare che le classi dirigenti olandesi avessero volutamente evitato di sottoporre il tema dell’immigrazione ad un dibattito democratico, anche se sempre più il modello di immigrazione in atto stava mostrando i suoi aspetti disfunzionali e tossici.

Secondo Fortuyn, le conseguenze economiche, sociali e culturali legate all’afflusso incontrollato di stranieri di culture diverse erano estremamente sottovalutate. A Rotterdam aveva vinto le elezioni, in una città da sempre fortemente a sinistra, parlando della crescente criminalità e dei sempre più forti conflitti sociali ed etnici; si trattava di temi ben compresi dagli elettori ma ignorati dal “sistema”.

Non c’era “razzismo” nell’argomentazione di Fortuyn, piuttosto la pretesa che gli immigrati si integrassero negli usi, nei costumi e nel tessuto sociale ed economico del Paese ospitante. In questo processo dovevano essere incoraggiati ed aiutati, ma non ci poteva essere invece una tolleranza verso comportamenti anti-sociali, aggressivi e culturalmente ostili. In particolare, per Fortuyn uno dei principali pericoli era la progressiva svendita dei valori e dell’identità olandese ad una cultura islamista invasiva e prevaricatrice.

Di fronte a questa sfida, l’establishment reagì con forza impostando contro Fortuyn una campagna sistematica di demonizzazione, accusandolo di “populismo” e di essere di “estrema destra”. Di fatto si trattava di etichette che servivano non a confutare le idee di Fortuyn, ma semplicemente ad evitare in partenza che fossero discusse, ad escluderle preventivamente dal dibattito come estranee alla civiltà politica del Paese.

Eppure, Fortuyn a tutto assomigliava meno che alla stereotipo del populista rozzo, reazionario e bigotto che, un po’ ovunque in Europa, nell’ultimo ventennio ha rappresentato l’avversario perfetto di élite politiche autoreferenziali. Pim Fortuyn si collocava fuori dagli schemi. Gay dichiarato, persona colta e fine esteta, sempre elegantissimo, vicino ad una visione di umanesimo liberale. Un dandy contemporaneo che difendeva l’identità del suo Paese per affermare i valori fondanti di una società moderna, avanzata e vivibile.

Ma nel piatto panorama politico olandese, la sua voce così determinata stonava. E così Fortuyn era sotto attacco da ogni fronte. Dalla politica ufficiale, dalla sinistra di base, dal mondo islamico. Dei militanti di sinistra gli rovesciarono addosso una torta con escrementi in occasione di una conferenza stampa, mentre un imam lo definì “inferiore ad un maiale” in quanto omosessuale.

L’assassinio arrivò al culmine di un’escalation di odio contro la sua persona che aveva un solo obiettivo. Impedirgli di parlare. La sua tomba e il suo monumento a Rotterdam riportano allora una frase che probabilmente più di tutte simboleggia il lascito politico di Pim Fortuyn e il senso che ha ricordarlo oggi: Loquendi libertatem custodiamus. Proteggiamo la libertà di espressione. Proteggiamola come bene prezioso e mai sacrificabile in nome del politicamente corretto e del quieto vivere.