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Perché “Carola”? Basta condiscendenza, chiamiamo le donne con il cognome

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Perché “Carola”? Non ha un cognome il comandante della Sea Watch? Perché parlare di lei con l’atteggiamento paternalista che nel caso di un individuo di sesso maschile si riserverebbe solamente ad un bambino? Una donna di 31 anni – più o meno quella del nostro vicepremier Di Maio – vezzeggiata con il nome di battesimo come se si parlasse di “Alfredino” o del piccolo “Charlie”…

La “capitana” non è il primo caso. Nei fatti ogni donna giovane che acceda, nel bene o nel male, agli onori delle cronache diventa una sorta di “fidanzatina d’Italia”. Si pensi alla Cristoforetti, per tutti Samantha, serio ufficiale dell’aereonautica militare, ma promossa sul campo ad una sorta di “fatina buona”, un po’ icona dell’emancipazione femminista, un po’ rassicurante maestrina di scuola.  Si pensi alle vicende delle “due Simone” e di “Greta e Vanessa”, alle quali è stata conferita una “familiarità” che mai è stata utilizzata nei confronti di uomini che si siano trovati nelle stesse situazioni. Si pensi, su altro versante, al modo in cui tutti noi siamo stati fatti entrare nella vita di “Amanda”, la cui storia, sensazioni e sentimenti sono stati sviscerati come mai sarebbe avvenuto con un detenuto di sesso maschile. E si potrebbero citare molti altri casi.

Se ci si riflette, Malerba non è mai stato affettuosamente “Franco”, Stasi non è mai stato “Alberto”, Latorre e Girone non sono mai stati “Massimiliano e Salvatore”, così come Quattrocchi non è mai stato “Fabrizio” e Regeni non è mai stato semplicemente “Giulio”. E se il comandante della Sea Watch si fosse chiamato Karl-Heinz, possiamo star certi che oggi sui giornali non sentiremmo parlare di “Karl-Heinz”, né vedremmo probabilmente, sulle prime pagine dei giornali, primi piani del suo faccione.

Quello che si vuole far credere è che le donne siano per definizione meritevoli di un livello speciale di empatia e che siano costantemente rappresentate come creature delicate che guardano innocentemente il mondo con i loro “occhi grandi”. In alcune circostanze, come nei casi di cronaca nera “tra donne”, è abbastanza chiaro che i media perseguano una strategia di “sessualizzazione” delle vicende, che faccia appello all’attrazione popolare per il morboso.

In molti altri casi, come quello della “Capitana” ed in generale di donne organiche ad un certo mondo progressista, l’utilizzo del nome di battesimo fa parte, piuttosto, di una strategia ben studiata di costruzione del “personaggio positivo” – quello dell’amica, della sorella, della compagna di militanza, della ragazza con l’animo puro e tanti ideali che si muove in un mondo cinico e cattivo. Insomma, si tratta di promuovere un’immagine oleografica della donna, così evidentemente pura e buona, che solo persone vili o moralmente riprovevoli possono sognarsi di mettere in discussione.

Questa condiscendenza nei confronti delle “nostre ragazze” da parte della narrazione ufficiale è, per molti versi, la parente stretta della reazione misogina che pure oggi alcuni lamentano nei confronti del comandante della Sea Watch. Entrambi gli atteggiamenti, solo apparentemente opposti, sono figli della stessa incapacità che tuttora si ha a considerare le donne come persone a tutti gli effetti adulte, il cui comportamento deve essere vagliato e messo in discussione secondo gli stessi criteri e le stesse argomentazioni che si utilizzerebbero nei confronti degli uomini. È necessario cominciare a prendere le donne sul serio. Ad apprezzarle come faremmo con un uomo, quando lo meritino. Ma anche, quando serve, a contrastarle – finanche a demolirle – con argomenti adulti, senza sconti e senza porgere loro il fazzoletto.

Basta, quindi, parlare di Carola; parliamo della Rackete e dei flagranti reati che ha commesso.