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Un Labour in crisi di idee punta sulla questione morale per colpire Johnson: il caso Paterson

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Un attacco così forte al governo conservatore da parte dei Laburisti non si vedeva dagli anni Novanta. Allora a partire a testa bassa contro l’esecutivo guidato da John Major furono due giovani in rampa di lancio: Gordon Brown e Tony Blair. Oggi, a parlare di sleaze, è Sir Keir Starmer, nell’affannoso tentativo di recuperare nei sondaggi. Che, in effetti, sembrano dargli ragione: ieri Ipsos Mori ha registrato un +1 in favore dei Laburisti per la prima volta dall’inizio della legislatura.

Cosa è successo quindi nei palazzi di Westminster la settimana scorsa? È successo che i Tories hanno bloccato la richiesta di sospensione da parte dello Standard Committee della Camera dei Comuni per un loro rappresentante, Owen Paterson, da 24 anni deputato Tory del North Shropshire. L’accusa? Quella di avere svolto una attività di lobbying retribuita per delle sue ex aziende violando così il mandato di parlamentare. Dopo il voto in favore di Paterson si è scatenato il putiferio sui media e in aula e, quel che è peggio, è che anche alcuni MP conservatori hanno espresso il loro disappunto. Da qui la marcia indietro del governo e le dimissioni da deputato di Paterson che aprono la via a una nuova by-election nel suo collegio, dove i Tories hanno 16 mila voti di vantaggio ma temono un’alleanza anti-corruzione LibDems-Labour.

La precipitosa retromarcia ha, se possibile, peggiorato le cose. Lo speaker della Camera dei Comuni, Sir Lindsay Hoyle, ha manifestato il proprio disappunto nei confronti del governo che avrebbe cercato di minare il giudizio della Commissione, attaccando il presidente laburista, Chris Bryant, e i funzionari che ne supportano il lavoro. Ieri, nel dibattito in aula richiesto dalla LibDems Wendy Chamberlain, Johnson non si è presentato e ha mandato in avanscoperta il ministro per il Gabinetto, Stephen Barclay, che si è scusato a nome del governo per la confusione che ha generato il caso. Ovviamente, tutto ciò non è bastato per fermare le critiche e le accuse a Johnson.

Starmer ha fatto sfoggio di tutta la sua esperienza legalistica da ex procuratore capo della Corona e ha pronunciato un discorso sulla questione morale che investe un governo che – nelle sue parole – darebbe “il semaforo verde alla corruzione”. Principale imputato: Boris Johnson, reo, secondo il leader laburista, di “avere l’idea che la legge per lui e i suoi amici non si debba applicare”. La ventata anti-corruzione ha visto in prima linea anche i principali media britannici, tutti schierati contro il governo conservatore. Sky News ha pubblicato la lista degli MPs che svolgono un altro lavoro oltre a quello di parlamentare del Regno e i relativi guadagni. Tutte cose perfettamente legali, a differenza di ricevere incarichi pagati dalle aziende per fare lobbying con i ministri come avrebbe fatto Paterson.

Per far sì che lo sleaze tag restasse appiccicato al governo i Laburisti hanno tirato nuovamente fuori la questione dell’appartamento di Johnson di Downing Street, rifatto con i soldi di un finanziatore del partito, e la vacanza di Boris in Spagna presso la villa del collega di partito Lord Goldsmith. Accuse piuttosto aleatorie che hanno il solo scopo di far sì che sul lungo periodo i Conservatori vengano percepiti come un partito dedito a bustarelle e sotterfugi pur di restare al potere. Ben altra cosa, comunque, furono gli scandali degli anni Novanta che colpirono Major e i suoi ministri e di cui il lettore potrà trovare un esaustivo elenco su Wikipedia.

La sensazione è che per colpire Johnson, Labour e LibDems non si facciano scrupoli, usando populisticamente l’antipolitica e la questione morale per cercare di tornare al potere. Boris Johnson finora ha dominato l’agenda politica di questa legislatura nel bene e nel male, andando a occupare temi e territori di un Labour in crisi di idee. Certo, il premier ha anche i suoi grattacapi interni al partito e non solo, ma la questione morale – copyright italianissimo – va spesso di pari passo con proposte politiche deboli e il pallino resta sempre saldamente nelle mani del governo anche per il resto della legislatura.