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Baruffe libiche tra Conte e Giannini

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Un segnale debole, tutto giocato nel retrobottega della politica e del giornalismo nostrano. Lo confesso, questo scontro fra galletti nostrani, politicamente sgrammaticato, mi ha molto intrigato.

Domenica 4 aprile Massimo Giannini firma il fondo de La Stampa criticando il blitz natalizio in Libia di Giuseppe Conte per “liberare” pescatori e peschereccio di Mazara del Vallo. Un articolo di routine, di scalfariana memoria. Martedì 6 aprile Conte risponde con una lettera violenta contro Giannini, contro l’Editrice GEDI, contro EXOR che la possiede, quindi contro il nipote dell’ultimo Re d’Italia. Mercoledì 7 aprile Giannini risponde, all’inizio lo strapazza, avvalendosi del giudizio dell’Emiro di Abu Dhabi, ma da un certo punto in avanti tira il freno a mano.

Cosa vogliono comunicarci questi due personaggi “intermedi”, in fondo irrilevanti nella piramide del potere italico post Covid? Non si capisce, siamo a livello di baruffe da talk show? A proposito del potere, non sembra, ma è molto cambiato. Il virus di Wuhan ha fatto feriti e morti, e molti dei feriti non sopravviveranno.

Perché Conte ha scritto una lettera così sgradevole, utilizzando oltre 10.000 battute? Perché ha usato un linguaggio così politicamente sgrammaticato? Come si è permesso di accusare di salto della quaglia fra il Conte Bis e il Draghi Uno la testata orgogliosamente più “laica” d’Italia? Ha attaccato Torino (La Stampa) per avvertire Roma (Repubblica)? Perché ha trattato il Direttore come fosse certo che presto sarà sostituito? Perché Giannini ha atteso un giorno per rispondergli? A una lettera così giornalisticamente volgare, Giulio De Benedetti non avrebbe usato, il giorno dopo (sic!), una lenzuolata di oltre 10.000 battute, ma l’avrebbe fulminato con due righe in calce alla stessa.

Restano in sospeso tutti i diversi perché. Così come le risposte più banali. Il fumantino avvocato pugliese, il cui governo giallo rosso si era affrettato a dare sull’unghia garanzie per miliardi a FCA, si è considerato sedotto e abbandonato? Essere stato premier, e ora rifondatore di un partito politico che ha avuto i voti di un terzo del corpo elettorale, lo avrà convinto di essere la versione digitale di Aldo Moro? Non lo sapremo mai. Nel mondo del potere, della politica, capire dove finisce la vanità e inizia il merito è ormai compito degli psicanalisti.