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Brasile, perché l’assalto al parlamento è un favore a Lula

I fatti di Brasilia inchiodano Bolsonaro alle sue responsabilità. Lui intanto se ne sta nella patria di Walt Disney

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Con una clamorosa invasione a Brasilia di Parlamento, palazzo presidenziale e Corte Suprema da parte di qualche centinaio di supporter dell’ex presidente Jair Bolsonario, ieri il Brasile ha vissuto uno dei capitoli più surreali della sua storia. Ad imitazione dell’assalto al Campidoglio di Washington il 6 gennaio 2020 da parte degli estremisti pro Trump, i supporter più radicali dell’ex presidente hanno occupato i palazzi simbolo della democrazia verde-oro, saccheggiandoli, rompendo vetri, distruggendo computer per poi uscire, quasi senza opporre resistenza, non appena le forze dell’ordine sono intervenute, lanciando centinaia di bombe lacrimogene. Nessun morto, mentre al momento gli arrestati sono già 400, un numero destinato ad aumentare: tutti i protagonisti dell’assalto rischiano di essere imputati per terrorismo e passare anni in carcere.

Mentre i bolsonaristi assaltano, Bolsonaro sta in Florida.

Lula ha decretato l’intervento federale per la sicurezza nella capitale, da oggi militarizzata, mentre il suo governo ha chiesto l’arresto del bolsonarista Anderson Torres, sino a ieri segretario alla sicurezza della capitale, licenziato in tronco dal governatore di Brasilia mentre lui è ufficialmente in vacanza negli Stati Uniti. Sua la colpa maggiore, visto che quella di ieri era un’azione annunciata da sabato, quando centinaia di bus carichi di bolsonaristi erano arrivati nella capitale da tutto il Brasile. Il ministro della Giustizia di Lula, Flavio Dino, aveva anche mobilitato la Guardia Nazionale ma quando, poco dopo le 15 in Brasile, un migliaio di esaltati hanno scavalcato le transenne e preso d’assalto le istituzioni verde-oro, nessun poliziotto ha fatto nulla per fermarli.

A rendere tutto ancora più surreale è il fatto che mentre i bolsonaristi invadevano i palazzi del potere il loro leader se ne stava tranquillamente nella patria di Walt Disney, a Orlando in Florida, ospite in un condominio di lusso di un ex lottatore brasiliano di arti marziali, José Aldo. Un suo cugino, al pari di un ex concorrente del Grande Fratello verde-oro sono stati individuati tra i manifestanti – c’è già la caccia ai volti di chi era in piazza su Instagram – e Bolsonaro, su Twitter, ha sì condannato quanto accaduto, paragonandolo però alle proteste del 2013 contro i Mondiali di calcio. Un paragone che non regge.

Esce politicamente rafforzato dalla giornata folle di ieri a Brasilia Lula, che dopo avere vinto di stretto margine le presidenziali dello scorso 30 ottobre, è alle prese con un sacco di problemi, soprattutto di tipo economico. Problemi che adesso per forza di cose passeranno in second’ordine, soprattutto sui media, dopo quanto accaduto ieri. Le immagini dell’invasione dei palazzi istituzionali di Brasilia hanno infatti fatto il giro del mondo in pochi minuti e dal presidente statunitense Joe Biden, all’ONU, da Macron a Maduro (sic), dall’Unione Europea a Cuba, il pianeta si è stretto intorno “alla difesa della democrazia” in Brasile e, ovviamente, a Lula. Unica eccezione quella dell’ex consigliere di Trump, Steve Bannon, che sul social Gettr ha invece appoggiato i manifestanti, scrivendo che «Lula ha rubato le elezioni e i brasiliani lo sanno».

Troppo poco per il bolsonarismo ma, soprattutto, la violenza di ieri a Brasilia segna in realtà un prima e un dopo che rende più difficile quell’idea di pacificazione che la parte più equilibrata della società civile da tempo chiede. E, soprattutto, inchioda Bolsonaro alle sue responsabilità, ovvero quelle di aver portato alla deriva una parte del suo elettorato e il futuro stesso della destra verde-oro. Del resto oggi sono proprio i suoi compagni di viaggio politici ad essere i suoi primi accusatori. In primis il suo ex vice, l’attuale senatore Hamilton Mourão del partito dei Repubblicani, che si è ritrovato a dover tenere al suo posto il consueto discorso presidenziale di fine anno. Un discorso in cui, senza mai nominarlo, ha puntato il dito proprio contro gli errori del presidente scappato ad Orlando, ovvero «di un leader che avrebbero dovuto tranquillizzare e unire la nazione intorno ad un progetto di paese» e invece non lo ha fatto.

Il generale Carlos Alberto dos Santos Cruz, ex-ministro de Bolsonaro, lo ha invece definito «un estremista populista» che «non ha possibilità di essere leader della destra» che anzi «ha contribuito a distruggere».

Paolo Manzo, Tempi, 9 gennaio 2023