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Brexit: situazione disperata. Ma non assolviamo i leader dell’Ue

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Continuiamo con la speciale zuppa di Porro straniera. Grazie ad un nostro amico analista che vuole mantenere l’anonimato, il commento degli articoli tratti dai giornali stranieri.

Come sempre Wolfgang Münchau, sul Financial Times del primo aprile 2019, non delude. Il commentatore tedesco del quotidiano della City (e del Nikkei) è liberale ed europeista, ma è un analista sopraffino che non si fa condizionare dalla retorica propagandistica ma dà conto della realtà per quale essa è. E così coglie la disperazione del parlamento e del governo inglese invischiati nelle tragiche contraddizioni che caratterizzano la fase attuale. Ma non assolve i vari leader dell’Unione europea: né quelli che compongono il Consiglio europeo così segnati dalle macchinosità delle loro istituzioni, né Emmanuel Macron divorato dai suoi piccoli sogni di egemonismo (ora sembrerebbe essere favorevole a un hard exit della Gran Bretagna perché gli darebbe più chance di contare nell’europarlamento e dunque nel rapporto con la Germania, nonché lo aiuterebbe a raggranellare qualche affarruccio sul fronte finanziario). Su questa linea dei piccoli vantaggi ci sarebbe l’Irlanda (quella del Sud naturalmente) e in parte la Spagna. In questo senso, per capire quel che avverrà, va tenuto presente che ogni stato membro nel Consiglio europeo può esercitare diritto di veto sulle soluzioni da assumere.

Questo è il contesto in cui si consuma una vicenda di cui è difficile comprendere quali possono essere gli esiti. Alcuni lettori, commentando precedenti considerazioni sulla tragicità della Brexit, si chiedevano: ma allora che si fa? Naturalmente è giusto cercare compromessi per governare senza traumatiche lacerazioni una questione di tale dimensione. Ma le soluzioni serie possono nascere solo da una disamina seria (del tipo di quella di Münchau) dei processi in atto, da una valutazione implacabile dei principi in ballo (tra i quali le sorti della liberaldemocrazia parlamentare), da un confronto su “tutti” i problemi che ci sono di fronte, non solo quelli evocati dai propagandisti retorici. L’Europa (quella vera che va dall’Atlantico a Vladivostok) non sta vivendo gli anni Trenta come affermano gli straparlanti che evocano Adolf Hitler ogni minuto. È piuttosto in una fase da Ballo Excelsior quando si riteneva che il progresso fosse inarrestabile e bastasse assecondarlo senza cercare più alcuna vera soggettività politica. Fatta questa premessa, può non essere inutile comunque rammentare le gesta di un Naville Chamberlain che nel 1938 firmando con la Germania nazista un compromesso di spartizione della Cecoslovacchia, sosteneva che si era raggiunta “la pace nella nostra epoca”. Un brillante caso di uno che perseguiva soluzioni senza attardarsi nell’analisi dei processi, nella difesa dei principi, nell’adesione concreta ai problemi.