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Fine emergenza mai

Buon compleanno green pass: un anno di libertà negate

Il lasciapassare spegne le candeline. Draghi aveva promesso: ci darà sicurezza. Ha fallito

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Ve lo ricordate? Era il 22 luglio 2021 o giù di lì. Mario Draghi, allora al pieno del suo potere e in fase ascendente, capace cioè di strappare applausi dai giornalisti appena entrava in sala stampa, si presentò ai microfoni per spiegare le norme contenute nell’ultimo decreto estivo: l’introduzione, a partire dal 6 agosto, del green pass praticamente ovunque. Supermario disse che il lasciapassare era una “misura con la quale i cittadini possono continuare a svolgere attività con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose”. Ecco: oggi è passato un anno da quando quello strumento è entrato in vigore, ha dimostrato di essere assolutamente inutile e nel frattempo ha fatto a pezzi grandi fette di libertà. Senza che nessuno, a parte poche lodevoli eccezioni, alzasse anche solo un ditino.

Da quel 6 agosto del 2021, ogni cittadino sopra i 12 anni è stato costretto a mostrare il passaporto vaccinale per sedersi al ristorante, andare a teatro, allo stadio, nei musei e alle mostre. Ma anche per farsi un tuffo in piscina, curare il fisico in palestra, giocare a calcio, partecipare a sagre, fiere e congressi. Niente parchi tematici, parchi divertimento, centri sociali o ricreativi, sale giochi, sale scommesse, sale bingo, casinò e concorsi pubblici. In pratica: impediva a chiunque non si fosse inoculato una dose di vaccino (che – ricordiamolo – non è obbligatorio) di vivere, sopravvivere, avere un minimo di attività sociale. Il tutto con lo scopo, promesso da premier e scienziati, di ritrovarsi tra persone “non contagiose”. E dunque limitare la diffusione del virus, salvarsi dalla pandemia, chiudere i conti con il covid. Non è andata così.

Non che la “sterilizzazione” dell’epidemia avrebbe giustificato una simile limitazione delle libertà personali. Sapete come la pensiamo: chi vuole si vaccina, chi non vuole si assume un rischio personale. Fine. Perché costringere lavoratori, studenti, ragazzini e bambini a farsi infilare un tampone nel naso ogni 48 ore per poter vedere gli amici per un caffè o un amaro?

Il tutto, peraltro, con risultati risibili. Il green pass è stato usato come strumento per costringere surrettiziamente i renitenti a sottoporsi al vaccino, poi è stato spacciato per un totem salvifico che si è trasformato in breve tempo nel suo opposto. Conferiva infatti la falsa sicurezza di essere tra vaccinati iperimmuni, mentre il virus continuava a circolare, a infettare e in determinati casi pure ad uccidere. Vaccino o meno.

Il resto della vicenda è ormai storia. Il governo Draghi, col suo pretoriano Speranza, ha fatto e disfatto le regole. Ha chiesto la seconda, la terza e la quarta dose. Ha aumentato e ridotto le maglie del lasciapassare, cioè delle libertà, in diverse ondate. Quasi sempre è arrivato in ritardo rispetto agli altri Paesi. Ma ormai è acqua passata, o almeno sembra. Nel giorno del suo compleanno vogliamo però porre a tutti questa domanda: siamo sicuri valesse la pena consegnare nelle mani dello Stato fette di libertà così ampie, col rischio che la bestia governativa ci prenda gusto e prima o poi riproponga lo stesso metodo?