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La corsa al voto

Calenzies, i politici-influencer che rivogliono Draghi

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Carlo Calenda e Matteo Renzi sono due tra i più autorevoli influencer italiani. In coppia fanno i Calenzies, tipico amorazzo social con infinite rotture (nostre, di coglioni), riappacificazioni, scazzi, ripensamenti, allacciascarpa, scarpallaccia. Perché certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano: del resto, pure la Chiesa ammette i matrimoni d’interesse. In confronto, comunque, i Tottary, i Ferragnez, sono dei dilettanti.

Carlo e Matteo sono i dioscuri del Pd, figli gemelli, sia pure a qualche semestre di distanza, di Prodi e Bellanova. Come tutti i figli, si ribellano alla casa famiglia, però prima o dopo tornano, tornano sempre: andò vanno? Gemelli nella simpatia, nella concretezza, nella genuinità, nella panza, anche se Matteo ogni tanto riesce a calarla, essendo dei due il più sportivo. Sono controversi anche fra di loro, da bravi fratelli coltelli: uno ministro nel governo dell’altro, poi si staccano, poi giurano “con quello mai più”, e, ovviamente, non mantengono. Promesse da marinaio. Se no che politici sono.

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Ma per tracciare le loro vite parallele, Plutarco, diciamolo, sarebbe sprecato. Bastiamo noi. Enfant prodige – più enfant, a dire la verità – della politica, a meno di 50 anni hanno già messo insieme un bel po’ di incarichi e dunque di poltrone: ci hanno preso gusto e, ritenendosi indispensabili agli equilibri geopolitici globali, o almeno tra Roma Prati e le ‘Ascine, non mollano: anche se nessuno, nemmeno loro, saprebbe tracciare il senso del loro orientamento, più sinuoso di quello famoso che girava intorno al lampione per tornare a casa. Ma a casa, vedrete, torneranno. Tornano sempre. Con l’intenzione di prendersi ciascuno le chiavi. Per questo non dureranno molto insieme. Dioscuri, ma fino a un certo punto.

Matteo risale da origini più schiette, borghesia mercadora fiorentina, un po’ Boccaccio e un po’ Benigni e Troisi, monna Filippa, ser Cepparello e “come il babbo, t’ho detto, come il babboo!”. Carletto, detto il Pariolino anche se non ci ha niente a che fare, ma è per indole, per antonomasia romana, è di lignaggio più arrogante e nell’albero genealogico vanta rami di scrittori, registi, diplomatici, un prozio paterno tra i pionieri dell’industria nucleare italiana (mentre Matteo, non dimentichiamolo, ancora nel 2011 votava contro il nucleare al referendum: adesso tutti a rompere i coglioni siccome siamo alla canna del gas). Carlo fu, con mamma Cristina, regista e attrice, protagonista dello sceneggiato “Cuore” nei panni del piccolo Enrico Bottini, il diarista melenso e democristiano che spifferava tutto su tutti, untuoso, patetico, mai un gesto eroico, sempre tante lagne, ma attentissimo a non compromettersi mai.

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Carletto – come Matteuccio, del resto – ritiene sia lo stato ad appartenergli – e qui tornano le similitudini con Matteuccio – e quindi ha fondato una cosa chiamata “Azione”. Il logo ha un che di diciannovista o quantomeno di dannunziano – futurista no, sarebbe troppo onore -, sempre meglio del logo di Italia Viva che è quanto di più moribondo si potesse concepire, con quell’uccello che non si capisce se si rizza o stramazza. I due, comunque, insieme hanno creato Azione Viva, ibrido a scadenza programmata: ciascuno è convinto che la spunterà sull’altro, fino a poche settimane fa se si incontravano per la strada cambiavano marciapiede, adesso lo percorrono abbracciati, anche se Matteuccio ha già fatto capire: io penso al domani e al dopodomani, cioè Carletto stai sereno. Ma Carletto non è un Letta qualunque, anzi Letta lo ha mollato sull’altare elettorale, quindi pure Matteo ha da guardarsi le spalle: non c’è dubbio che lo scazzo, quando verrà, sarà epocale, da popcorn sul divano.

Non sono due politici in senso stretto, non hanno un pensiero forte e, forse, neppure debole; sono due manager, due promotori di se stessi; due imprenditori digitali. Il loro capitale sociale è la vanità e, fino ad oggi, ha funzionato piuttosto bene, sia pure tra inevitabili scivoloni. Il problema è che la spocchia si mangia tutto il resto: quando sei convinto che sia il partito, l’Europa, il Mondo a non avere una direzione, e non ti accorgi che sei tu ad averne troppe, non ne esci. Cosa vogliono i Calenzies? Il riformismo blairiano? Ma è già decrepito. La nuova Dc? Non lo ammetteranno mai e comunque anche quella è consegnata agli archivi. Un Paese moderno alla maniera dell’Arabia Saudita? O di Cinecittà? Tutto e il suo contrario? Un Paese più giusto, più moderno, più liberale, più tecnologico, più civile, più stocazzo?

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Ma questa non è modernità, è il tipico populismo socialista del secolo scorso: i Calenzies a forza di esser giovani si sono raggrinziti, la loro mezza età è decrepita, da rottamare perché prevedibile, sclerotica, inutilmente arabescata: autoreferenziale. Non sono provocazioni del ritrattista carogna, è che, con tutta la buona volontà, non si capisce dove vadano a parare i Dioscuri. O meglio, l’unica cosa cui puntano è il 10%, così possono fare e soprattutto disfare secondo attitudine. Ma i sondaggi son desideri, di stabilità… Il pomposo Terzo Polo in mano a questi due ricorda più un pollo, di quelli che quando gli hai tagliato la testa corrono ancora qualche metro, per puro impulso nervoso. Poi, anche decapitato, si stampa contro un paletto.

Una cosa accomuna Azione Viva: la politica-spaghetti da “Continuavano a chiamarlo Supermario”, il ritorno dell’esimio tecnico sul quale il tacere sarebbe bello. “Non ti vaccini, ti ammali, muori”. “Sul gas siamo coperti”. “La nostra economia non ha problemi, siamo quelli che crescono di più al mondo”. E Speranza e Lamorgese. E Di Maio “impareggiabile ministro degli Esteri”. E il processo di pace in Ucraina garantito dal signor Bce di persona personalmente, coi risultati che si son visti. E le sanzioni che tagliano le balle a chi le fa. Potremmo continuare per un libro, forse un giorno lo faremo, ma, per il momento, basta questo. E sti due Dioscuri vogliono imporcelo ancora? Basta così. Renzi e Calenda, Italia delenda. Grazie, no.

Max Del Papa, 31 agosto 2022