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Caos scuola: che fine hanno fatto le “aule nuove” di Conte?

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Ieri, Lucia Azzolina, titolare del Miur, ha assicurato: “Stiamo scrivendo la storia”. Apprezziamo l’ottimismo della volontà e registriamo l’intesa Stato-Regioni sulla capienza dei mezzi pubblici. Invero, priva di senso sul piano scientifico: il pienone sarà ammesso solo per gli spostamenti inferiori ai 15 minuti. Il virus si prende il quarto d’ora accademico? Mancano ancora gli stanziamenti per rimpinguare il parco mezzi: con vetture o vagoni all’80% della capacità, c’è bisogno di altri autobus e di altri treni. Per il resto, a corsi di recupero appena avviati, si brancola nel buio. Nonostante i moniti del capo dello Stato, nonostante la Azzolina parli di “regole chiare e rigorose”, nonostante Giuseppe Conte ribadisca che “riaprire è la nostra priorità”.

Proprio a Conte, allora, vorremmo rivolgere una domanda: presidente, dove sono finite le “aule nuove a settembre”, che ci aveva promesso il 2 giugno?

Lo stato dell’arte è il seguente: mascherine sì, mascherine no, mascherine forse. Sempre – o qualche volta? Ieri, Repubblica e il Corriere davano versioni differenti –  sul viso dei liceali, ma per i prof ci vogliono quelle trasparenti; ginnastica sì, ma all’aperto e senza sport di squadra; in caso di contagio, va in isolamento soltanto la classe esposta, ma intanto a Verbania ha chiuso un intero istituto. Il distanziamento di un metro? Impossibile garantirlo, nonostante i fantasmagorici banchi monoposto a rotelle: servirebbero, appunto, nuove strutture. Per esse, la Azzolina ha annunciato un “piano pluriennale di investimenti sull’edilizia scolastica”, da sovvenzionare grazie al Recovery fund. Il che vuol dire che se ne riparla alle calende greche. Quando, si spera, il virus sarà un brutto ricordo.

Per affrontare ciò che avverrà entro due settimane, il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha promosso un summit di 53 Paesi con il direttore regionale per l’Europa dell’Oms, Hans Kluge. Cosa ha concluso? Ecco le risolutive linee guida: indossare i Dpi “ove appropriato” (cioè, dove?), stare a casa se non ci si sente bene (ma dai), lavarsi le mani (chi l’avrebbe detto). Prevista anche la “quarantena episodica”, con lezioni online, qualora fosse individuato un focolaio. Il sottosegretario dello stesso Speranza, Sandra Zampa, ha provato a chiamare in causa i genitori: “Devono e possono dare una grande mano”. L’associazione dei presidi è stata più esplicita: si torna in classe se mamma e papà firmano un’autocertificazione per i figli. Ognuno cerca di scaricare la patata bollente. In parole povere: è un casino. Tanto che almeno sei Regioni bucheranno il “D day” del 14 settembre.

Perciò, torniamo a chiedere: premier Conte, ma questo mese non dovevamo già avere “aule più grandi”? Per la precisione, il 27 giugno, il governo da lei presieduto ne aveva assicurate 70.000. Siamo al primo settembre e non se ne vede traccia. Eppure, lei sosteneva che “le risorse finanziarie ci sono”. Che è successo, ordunque? Mancavano i muratori? O, piuttosto, i docenti? Oppure, quando l’ha detta tre mesi fa, era perfettamente consapevole che stava raccontando una balla, e nondimeno ha voluto spararla per alimentare il gradimento bulgaro che le attribuivano i sondaggi?