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La spaccatura europea

Caro bollette, Ursula stronca Gentiloni sul piano di aiuti

Il lato italiano soccombe ancora una volta dinanzi a Bruxelles. Arriva il no anche al fondo Sure

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Doveva essere il governo dei “migliori”; quello con al vertice l’italiano avente maggiore caratura europea ed internazionale, l’ex membro di Goldman Sachs e l’ex numero uno della Bce. Eppure, a livello comunitario, la scala gerarchica rimane sempre la stessa: Francia e Germania dettano ordini, mentre Roma rimane relegata ai margini.

Non solo perché Parigi, per far fronte alla propria crisi energetica, ha deciso di subordinare l’applicazione del Trattato del Quirinale – concluso con il nostro Paese lo scorso anno – a favore di un accordo bilaterale sul gas con Berlino; ma anche perché l’Italia è stata tra i principali Stati portanti della proposta di fissazione di un price cap su tutte le importazioni europee di metano. Detto, fatto: entrambe le colonne portanti dell’esecutivo sono fallite. Ed i principali responsabili, da una parte e dall’altra, sono proprio il presidente Macron ed il cancelliere Scholz.

Fondo Sure

Come se non bastasse, arriva la batosta anche da Bruxelles. Insieme al ministro delle Finanze della Repubblica Ceca, i commissari Ue Paolo Gentiloni e Thierry Breton hanno proposto, in queste ultime ore, la creazione di un nuovo fondo Sure, meccanismo già utilizzato durante il periodo pandemico. La misura in questione sarebbe una linea di finanziamento per gli Stati membri, volta a far fronte al potenziale crack occupazionale derivante dalla crisi energetica. Ovviamente, almeno per il fondo nato durante il Covid-19, si tratterebbe di un prestito da parte dell’Ue. Non è un caso che lo scorso Sure fosse costituito da una somma pari a 100 miliardi, ma per accedervi i governi avrebbero dovuto versare un valore pari al 25 per cento del totale. Nel caso concreto, ben 25 miliardi di euro.

C’è già il Recovery

Nonostante la proposta sia stata accolta da alcuni Stati Ue, è arrivata l’immediata bocciatura del portavoce della presidente della Commissione Europea, Eric Mamer: “Sono iniziative personali dei commissari competenti e non impegnano la Commissione Ue”. E conclude: “Ovviamente, avete visto che la stessa presidente ha discusso della necessità di soluzioni europee e della protezione del mercato unico, nel suo discorso di sabato a Sofia”. Tra le righe, possiamo dire che, seppur non si tratti di una smentita esplicita, ne rappresenta sicuramente una indiretta. Ciò a fronte anche dei secchi no di Olanda e – tanto per cambiare – della Germania stessa.

Secondo Scholz, infatti, “la maggior parte dei soldi del Recovery Fund non è ancora stata spesa e questo fondo agisce direttamente nella crisi attuale”. L’obiettivo tedesco, quindi, sarebbe quello di sfruttare il flusso di denaro europeo proveniente dal Recovery, senza l’attivazione di nuove linee di finanziamento, che porterebbero all’assunzione di nuovi debiti da parte degli Stati comunitari. Sulla stessa linea, appare Amsterdam, la quale, nelle parole del ministro delle Finanze Sigrid Kaag, ha chiaramente affermato come ci siano “miliardi e miliardi disponibili che noi possiamo usare. Non credo sia necessario. Dobbiamo liberare i fondi”.

Insomma, ancora una volta, il lato italiano viene ostacolato, relegato, cassato dai vertici di Bruxelles e di Berlino. Sarà un nostro errore, ma il tanto conclamato europeismo di sinistra – presente a tratti schiaccianti nell’esecutivo uscente – non sembra aver spostato di un millimetro i rapporti di forza di cui parlavamo ad inizio articolo. Giorgia Meloni avrà anche questa enorme responsabilità: riportare l’Italia tra le big dell’alleanza comunitaria; trascinare il Paese dal campionato di Serie B a quello di Serie A. L’impresa sarà ardua, soprattutto con una Germania dedita a realizzare esclusivamente i propri interessi nazionali, ma non impossibile.

Matteo Milanesi, 5 ottobre 2022