Ieri, sul palco del Meeting di Rimini, nel corso del panel intitolato “Quale futuro per l’Europa?”, Mario Draghi ha preso la parola e l’Unione, come al solito, ha ascoltato in religioso silenzio.
Quello dell’ex presidente del consiglio non è stato un discorso qualunque, ma una requisitoria in piena regola. Draghi ha accusato l’Unione di essere diventata una spettatrice muta nei grandi conflitti del nostro tempo: ha ricordato come, nonostante il denaro erogato a sostegno dell’Ucraina, Bruxelles sia rimasta ai margini dei tavoli negoziali, relegata al ruolo di comprimaria. Ha parlato del Medio Oriente, di Gaza, sottolineando con durezza che l’Europa, mentre altri bombardano e decidono, si stia limitando ad annuire o a tacere.
Insomma, ha sostanzialmente demolito l’illusione coltivata per decenni, quella per cui la dimensione economica dell’Unione potesse tradursi automaticamente in potere geopolitico. Secondo un lapidario ma onesto Draghi, il 2025 verrà ricordato come l’anno in cui questa menzogna è sostanzialmente svanita: i 450 milioni di consumatori europei, che per anni erano stati considerati una validissima garanzia di influenza globale, si sono rivelati un numero privo di sostanza.
Il mondo non ci teme, ha detto in soldoni, ci usa. Gli Stati Uniti impongono dazi e pretendono aumenti di spesa militare, la Cina ci manovra attraverso la dipendenza dalle sue terre rare e noi non facciamo altro che obbedire, adattandoci. Per concludere, l’ex presidente della Bce ha lanciato l’ennesimo appello: l’Europa deve svegliarsi, smettere di dire sempre “no” e imparare a recitare la parte del protagonista, non dell’ospite timido.
Ergo un discorso serio, analitico, critico, cinico. Ma non profetico. C’è chi critica il modus operandi tiepido dell’UEe da mesi o addirittura anni e viene stigmatizzato alla stregua di un terrapiattista. Gli applausi, i titoli enfatici dei giornali, i sorrisi dei leader che si sono riconosciuti nel suo monito: un coro di approvazione a seguito di un’analisi che ieri, se fosse stata compiuta da qualcun altro, sarebbe stata bollata sicuramente come populismo spicciolo.
È qui che l’ipocrisia diventa evidente. Per anni, chi ha osato mettere in dubbio la saggezza di Bruxelles, chi ha provato a dire che l’Europa stava diventando irrilevante, chi ha sollevato dei dubbi sull’inadeguatezza dei leader UE come la cara Ursula Von Der Leyen, era immediatamente catalogato come euroscettico, nazionalista, sovranista, “no euro”, ignorante, gretto, fuori dal mondo. Bastava sollevare lievi perplessità per essere spediti al girone dei nemici dell’Europa. Oggi, invece, quando a pronunciare quelle stesse critiche è Draghi, le stesse parole diventano illuminazione divina, oro colato, tavole della legge, le stesse frasi acquistano dignità accademica.
Non è mutato il contenuto, ma l’autorevolezza istituzionale della voce che lo pronuncia. Ieri un cittadino che avesse detto “l’Europa è marginale” sarebbe stato additato come sabotatore del sogno comunitario. Oggi, con Draghi, diventa un principio di saggezza. La differenza è tutta qui: non nell’analisi della situazione, ma nell’aura di chi la enuncia.
Draghi ha ragione quando dice che non possiamo più permetterci di restare spettatori, ma è ironico che questa verità venga accolta come rivelazione solo perché la pronuncia lui. La commedia è completa: i paladini dei Bruxelles che fino a ieri urlavano “Ursula! Ursula!” oggi si spellano le mani per applaudire chi dice che siamo condannati all’irrilevanza e alla decrescita felice geopolitica. Ipocriti, certo, ma eleganti, ben vestiti, con il sorriso compiaciuto di chi sa sempre adattarsi al vento delle parole dei profeti.
Eppure, la situazione è ormai cristallina: ci ritroviamo davanti a un’Europa nuda, nuda a tal punto che anche i suoi più accaniti fan iniziano a criticarla.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


