Quarta Repubblica

“Caro Papà…”. La commovente lettera al vigilante che sparò al ladro

Antonio Micarelli ancora in carcere in attesa del processo. E una perizia balistica potrebbe riscrivere tutto

C’è una storia paradossale, in Italia. Anzi due. Da una parte abbiamo Emanuele De Maria, già killer di una ragazza diversi anni fa, condannato in via definitiva, ma lasciato libero di lavorare in un hotel a Milano, di conoscere i colleghi, quindi ucciderne una e cercare di ammazzare un altro. Dall’altra parte abbiamo Antonio Micarelli, il vigilante che lo scorso febbraio ha sparato e ucciso uno dei ladri che avevano fatto irruzione nell’appartamento di un vicino tenendo in ostaggio una donna, che si trova ancora in carcere. Innocente fino a prova contraria, per la Costituzione, eppure tenuto dietro le sbarre come il peggiore dei colpevoli senza neanche la possibilità dei domiciliari.

Ieri sera Quarta Repubblica ha analizzato la perizia balistica che potrebbe ribaltare tutte le accuse e dimostrare che Micarelli non avrebbe sparato “alzo zero” per uccidere i banditi come fosse un “giustiziere” (così l’ha definito la Gip): il proiettile, che risulta “parzialmente deformato” e rinvenuto “all’interno del cappello”, potrebbe essere stato deviato da qualcosa. “Mai ho sparato ad altezza d’uomo, non ho puntato l’arma contro Anton Ciurciumel. Ricordo che ho sparato mirando al cofano di una macchina parcheggiata”, ha detto lui a chi indaga. Il processo dovrà ovviamente stabilire responsabilità e tutto. Ma molti si chiedono per quale motivo l’uomo, che è incensurato e per cui la cui fuga, la reiterazione del reato o l’inquinamento prove appaiono ipotesi impossibili, debba attendere il Tribunale da carcerato.

Ieri la figlia, intervistata sempre da Quarta Repubblica, ha scritto una lettera al padre dietro le sbarre. Un documento toccante, che merita di essere visto.

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