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Caro Porro, i miei ragazzi hanno bisogno di stare in classe

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Stimatissimo dott. Porro,
faccio il direttore di un Istituto di Milano che si rifà al sistema preventivo di don Bosco. Nella mia scuola vi sono 450 studenti tra liceo scientifico sportivo, delle scienze umane e scuola media.

Abbiamo ad oggi una sola classe in quarantena, anche se ne abbiamo dovute mettere in questo mese 6, delle quali 4 hanno avuto un solo caso di positività che non si è replicato, altre due, invece, l’interruzione tempestiva delle lezioni, nel rispetto del protocollo del Ministero della salute, ha consentito che il proliferarsi dei contagi rimanesse circoscritto a quel gruppo di studenti, con 5/6 casi di virulenza complessiva. Mentre tra 45 colleghi solo due sono risultati positivi e anche loro ora sono fuori dal guado.

Tutti i miei studenti e i miei docenti, grazie a Dio, stanno bene, se la sono cavata con poco e non ho alcun caso a scuola di padri, madri e fratelli che sono finiti in terapia intensiva.
Forse questi dati farebbero impazzire l’algoritmo del governo… ma certamente mi fanno pensare alle ultime settimane di scuola.

A “Luigi” che mi chiede una stanza per dormire per non dover sopportare le urla di mamma e papà, a “Roberta” che entra ed esce dal reparto per i disturbi alimentari di Niguarda che ha bisogno dell’affetto delle tipe della classe, a “Riccardo” che si ferma tutti i giorni a scuola al pomeriggio per studiare con Paolo perché solo così non diventa l’ospite fisso del divano di casa sua, a Paola che lo scorso anno doveva essere bocciata e non si è potuto che promuoverla, per ignoranza consolidata.

Mai come in questi ultimi lustri, dopo 27 anni di insegnamento, mi trovo a stare ogni giorno in mezzo a crescenti fragilità e povertà educative; almeno il 30% porta con sé i mali del nostro tempo: disturbi emotivi, problemi familiari, apatia volitiva, disorientamento valoriale. Ma questi dati un algoritmo non può considerarli… ma uno che crede nei giovani è obbligato a farlo. Mi vengono in mente le faccia dei miei ragazzi/e che prima di salutarmi, mi domandavano sconsolati “ma non ci aveva detto che se avessimo tenuto la mascherina saremmo potuti stare a scuola?”; ma “direttore vero che torniamo prima di Natale?”; “prof finisce come l’anno scorso tutti promossi senza grande sforzo?”; “noi direttore usciamo oggi dalla quarantena, e stamattina ci ha detto che ci brillavano gli occhi, non può fare qualcosa perché possiamo state qui con lei?”

Altri dati che un algoritmo non può prendere in considerazione, piegato semplicemente sul qui e ora. E allora mi sembra sensato condividere quello che io ho risposto in un momento formativo quotidiano con cui iniziamo la giornata: il buongiorno.
“Cari ragazzi qualcuno oggi si affanna in televisione a ricordarci che il nemico è il Covid, e non le regole stringenti che questo governo ha dovuto imporre. Ho spiegato, ai mie studenti, parafrasando le parole del poeta Arturo Graf che il nemico è quello da cui l’uomo pensa di non doversi difendere, il virus ma anche tutti quei politicanti che sembrano suggeritori di solide teorie, recitano e paiono esperti comandanti della stanza dei bottoni di una nave che rischia davvero di fare l’inchino ai poteri forti e alla paura dilagante, tralasciando quello che conta davvero: il bene comune.

Il nemico di oggi non è solo il Covid, quello è il problema, il nemico si chiama incapacità, improvvisazione, inadempienza, indecisionismo, pavidità. Ha senso dire che si consente di andare a scuola ai ragazzi di prima media, perché quello è un momento delicato… Ma chi lo dice potrebbe venire un giorno e sedersi tra i banchi dei ragazzi/e di prima liceo? Di terza liceo che iniziano un percorso serio di consolidamento verso la maturità? Ha senso proporre di far venire a scuola i ragazzi con Bisogni Educativi Speciali? Alla faccia dell’inclusione.

Ve lo immaginate lo stato emotivo di un ragazzo da solo in una scuola dove rimbomba il silenzio? Ma come si fa a pensare la scuola solo in termini di custodia? Ha senso didatticamente parlando, o pedagogicamente ragionando considerare la scuola un luogo di custodia sociale, ragion per cui continuano ad andare a scuola tutti quelli che non possono stare a casa da soli? Ma stiamo davvero scherzando?! Ha senso preoccuparsi dei banchi monoposto e non prioritariamente di chi rende possibile la scuola? I docenti.

Ha senso pensare di fare iniziare la scuola in presenza a partire dalle 9? Tutti sanno che in città è l’ora di punta e che le scuole iniziano attorno alle 8 e che se per caso dovessimo iniziare trenta minuti prima e i lavoratori due ore dopo, avremmo mezzi pubblici solo per studenti che prima di pranzo sarebbero a casa? Ha senso che i miei colleghi dirigenti tacciano tutti così senza protestare? Ci hanno fatto lavorare come i matti, negli ultimi dieci giorni ci hanno fatto ripensare l’organizzazione diverse volte, stravolti i meccanismi di insegnamento/apprendimento e tutti stanno zitti? Sarà mica più comodo averli fuori dai piedi gli allievi e i colleghi docenti, dato che ancora oggi in molte scuole l’organico è incompleto?

Ha senso che negli altri Paesi la scuola tra mille difficoltà è rimasta perlopiù aperta e in Italia è sempre la prima a chiudere? Potrebbe aver senso da quando si è pensato di dover rispondere ad una logica non meritocratica ma a quella del contenimento della dispersione scolastica che deve quindi realizzare il “tutti promossi” che tra l’altro evita tanti fastidi a Presidi ed insegnanti. Ha senso continuare con l’oscena interpretazione dei numeri e delle statistiche? A chi ha interessato il contact tracing che ci è stato giustamente richiesto come scuola e che ha dato chiare evidenze, che tuttavia non rientrano nei parametri del fenomenale e fondamentale algoritmo?