Caro Porro, ti spiego l’attualità di Keynes

john keynes
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Caro Porro,

John Maynard Keynes da molti è considerato il più grande economista del ‘900 perché fornì un contributo teorico fondamentale per uscire dalla crisi deflazionistica degli anni ’30. Pur essendo un convinto liberale, fu ritenuto un mentore, da una certa sinistra occidentale “non marxista”, per la sua intuizione: la necessità ed opportunità di fare leva sugli “investimenti pubblici” per fare ripartire l’economia, quando si prefigurano crisi da “domanda privata”, cioè i privati smettono di consumare e di investire.

Con l’appoggio inconsapevole di Keynes, la sinistra ha potuto spingere sulla “spesa pubblica”, sul deficit pubblico, onde evitare di dover applicare quella che gli economisti, che credono nella capacità di autoregolazione del mercato, considerano la ricetta principe: abbassare i salari. Un po’ tutti abusarono delle politiche di deficit spending suggerite da Keynes. In realtà lui non era certo un lassista in tema di bilancio pubblico, ma pragmaticamente pensava che il deficit spending dovesse essere utilizzato per contrastare i periodi di crisi, applicando politiche di rigore nei periodi favorevoli del ciclo economico.

C’è però un aspetto sostanziale meno conosciuto dell’impianto ideologico keynesiano, in quanto meno strumentalizzato, ma che oggi sarebbe utilissimo riscoprire per fronteggiare i gravi problemi economici che affliggono in particolare l’Europa e, in primis, l’Italia. Keynes, ancor prima di innamorarsi dell’idea che per risolvere le crisi fosse necessario l’intervento pubblico, maturò la convinzione che la “moneta”, i “sistemi monetari” svolgono un ruolo determinante nel funzionamento dell’economia, al punto che, qualsiasi misura di politica economica volta a risolvere crisi dell’economia reale, in presenza di un sistema monetario non adeguato, non avrebbe gli effetti desiderabili. Già negli anni ’20, capì che la conditio sine qua non per contrastare la pesante depressione in cui era caduta la Gran Bretagna nella fase postbellica, era quella di non ritornare al “gold standard”. Comprese che qualsiasi sforzo per diminuire l’elevata disoccupazione raggiunta e contrastare il crollo del reddito, sarebbe stato vanificato dalla decisione di riagganciare la sterlina all’oro. Purtroppo non fu ascoltato e la depressione perdurò.

Dedicò buona parte della sua carriera accademica e politica ad elaborare una proposta credibile da avanzare agli americani per la creazione del nuovo “sistema monetario internazionale” che avrebbe dovuto regolare gli scambi fra Paesi nell’economia del secondo dopoguerra. Le trattative furono sintetizzate nei famosi accordi di Bretton Woods, nei quali gli americani, in quanto vincitori, riuscirono a dettare la gran parte delle regole, creando un sistema dollacentrico, disattendendo in buona parte i consigli di Keynes. Che cosa pensava in particolare Keynes? Alla luce di ciò, che cosa avrebbe pensato dell’euro? Era un pragmatico ed un liberale, non amava i sistemi monetari rigidi, ma non vedeva di buon occhio i cambi flessibili e il disordine monetario. Era favorevole ad un ordine monetario, nel quale i vari Paesi, per favorire gli scambi fra loro, avrebbero dovuto adottare un sistema monetario a cambi tendenzialmente fissi e cercare di concertare fra loro le proprie politiche economiche. Al lui non piaceva un sistema disordinato di svalutazioni competitive, ma era ugualmente inorridito dai sistemi monetari eccessivamente rigidi, tipo il gold standard. Capiva che, in taluni casi, di grave crisi economica, fosse doveroso usare l’arma della svalutazione unitamente ad una efficace politica di deficit spending.

Keynes, nella sua genialità e nel suo pragmatismo, avrebbe considerato l’euro un impianto “mostruoso”, al pari del gold standard. Di fronte alla gravissima crisi economica originata dalla pandemia, i paesi come la Germania, con maggiori margini di bilancio pubblico, hanno potuto dispiegare imponenti ed efficaci politiche di “deficit spending”, mentre l’Italia, stretta negli artificiosi vincoli europei, ha potuto mettere in campo risorse pubbliche del tutto inadeguate a contrastare il crollo del reddito. L’Italia, di fronte ad un’altra gravissima crisi, si ritrova nuovamente a non poter ricorrere a quelle che Keynes, nel breve periodo, considerava le armi fondamentali: una politica di “deficit spending” adeguata ed una politica monetaria espansiva utilizzando, se necessario, anche la svalutazione della moneta, misure precluse dalla scelta improvvida di aver aderito a suo tempo all’euro, che è diventato il nostro gold standard.

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20 Commenti
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Arturo
Arturo
24 Gennaio 2021 15:32

Caro Signore, la sua analisi è certamente ben argomentata… ma Keynes forse non immaginava che l’aumento dell’offerta di moneta si sarebbe tradotto oggi unicamente nell’aumento del prezzo degli asset (azioni, obbligazioni, ecc…) delle “big to fail”, ovvero di quell’economia finanziaria che arricchisce i già ricchi. Con nessuno di quegli effetti da economia reale voluti nelle intenzioni di Keynes. La moneta non crea ricchezza ma la scambia; e solo se è “sonante”, permette di conservarla. Staccarsi dal “gold standard” ha solo significato dare potere al dollaro e alla possibilità per gli Stati Uniti di finanziarsi a costo zero. Cioè emettendo debito essendo sicuri che sia comprato. Bello vincere facile. Beh, almeno si finanziassero e si fossero finanziate le infrastrutture, le scuole, gli ospedali americani, a beneficio dell’economia reale sopra detta. Ma no, ad essere in primis finanziata è stata ed è l’industria delle armi, soprattutto per le proprie guerre. E la ragione c’è! Ed è legata ancora al signoraggio di una moneta che non è sonante. Perché una moneta non sonante (ovvero fiat, imposta dall’autorità di chi la emette), slegata da ogni riferimento di valore che non sia la semplice “forza” di chi la emette, è conseguentemente fattore di guerre. Cioè è logico nella fattispecie che gli USA facciano di tutto (così come hanno fatto e faranno) per dimostrare di essere… Leggi il resto »

Giuseppe
Giuseppe
23 Gennaio 2021 9:40

Gli insegnamenti giusti: guardare agli errori del passato. Bando all’eguaglianza a tutti i costi. L’europa è un errore disastroso.

Sergio BULIAN
Sergio BULIAN
23 Gennaio 2021 6:33

Buongiorno. Concordo con lei su molti passaggi ma non sulle conclusioni. Molti Economisti più blasonati di lei hanno tirato JM Keynes per la giacchetta per fargli dire cose non sue. Io credo che da Liberista vorrebbe un paese (Italia) si che applica delle cure temporanea ma nel contempo faccia tutto il necessario per essere efficiente. Io questa seconda parte non la vedo, soprattutto in certi settori dello stato. E non serve la svalutazione ma la produttività. La svalutazione colpisce i più poveri la produttività premia i più bravi. Saluti

Cullà
Cullà
22 Gennaio 2021 21:48

Leggere Mises please. Spiega bene a sufficienza perché quelle di Keynes erano balle allora e son balle adesso.

Emanuele
Emanuele
22 Gennaio 2021 19:55

C’è un fatto empirico ben noto che smonta diverse dichiarazioni contenute nell’articolo. Stati Uniti d’America. Nel cuore del 1800 (pre guerre civili). Gold standard. Deflazione. Crescita. Prosperità.

cecco61
cecco61
22 Gennaio 2021 19:52

Certamente Keynes non avrebbe apprezzato l’Euro, come del resto i migliori economisti mondiali che, fin dagli anni ’90, furono zittiti perché andavano contro il pensiero dominante e, più nel dettaglio, contro la volontà tedesca di dominare l’Europa non più con le Panzer Division ma con la moneta. Tuttavia Keynes, rigorista laddove ammetteva un bilancio statale in deficit ma solo per pochi anni, 2 o 3, giusto per far ripartire l’economia e assorbire un eventuale disoccupazione in eccesso, parte da un errore sostanziale a cui, chi ha scritto l’articolo, neppure accenna velatamente. Keynes sosteneva che l’aumento della spesa pubblica, anche se precursore di nuove tasse o di incrementi di quelle esistenti, non avrebbe avuto alcun effetto sul livello dei consumi. Peccato che, ai suoi tempi, il 90% della popolazione spendeva solo per consumi primari e indispensabili e quindi l’alternativa era la morte per fame. Oggi, per mantenere 7 miliardi di persone, è inevitabile consumare e produrre reddito anche in settori non indispensabili, dalla ristorazione al turismo, dal nuovo elettrodomestico al cellulare ultimo modello, anche se il vecchio funziona ancora benissimo. Un aumento del deficit statale lascia presagire nuove tasse e quindi tutti i beni voluttuari restano negli scaffali dei negozi. Il problema italiano è fondamentalmente il livello dei consumi delle famiglie che costituiscono il 70% del nostro PIL e che è… Leggi il resto »

Sergio Brambini
Sergio Brambini
22 Gennaio 2021 19:20

La differenza fra cambi fissi moneta unica e cambi liberi è il tempo, con le svalutazioni si ristabilisce l ‘equilibrio con svalutazioni anche importanti accentuate nel caso di cambi fissati artificialmente, con la moneta unica non ci sono salti ma in un tempo medio-lungo tutto si sistema. Esempio classico l’Italia, prima della moneta unica recuperavamo competitività con svalutazioni periodiche, con l’euro, visto l’inferiore aumento della produttività, grazie alla diminuzione dei salari in termini reali rispetto al resto d’Europa All’inizio della moneta unica salari e prezzi erano abbastanza simili in tutta la zona euro. Dopo 20 anni il nostro potere d’acquisto, data la mancata crescita dei salari, sì è abbassato come prima dell’euro dopo ogni svalutazione. Morale il tipo di moneta lira euro o dollaro nel lungo termine non conta.

Werner
Werner
22 Gennaio 2021 19:05

In situazioni di emergenza, di crisi economica gravissima come quella odierna, lo Stato deve necessariamente intervenire. Ma poiché lo Stato italiano non controlla direttamente la propria banca centrale (se non solo per il 4,5% attraverso l’INPS) ed ha una moneta in prestito dalla BCE, qualsiasi tentativo di politica espansiva e interventista in economia è impossibile da attuare. Si produrrebbe solo deficit impagabile.

Demonizzare il keynesismo non lo trovo giusto, anche perché è quello che ha permesso all’Italia negli anni sessanta di conoscere il boom economico ed una crescita annua del PIL dell’8%, come la Cina oggi fondamentalmente.