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Centrodestra: no ai moderati, sì al realismo

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Che l’opposizione di centrodestra (o destra-centro) discuta sul proprio futuro è non solo cosa buona e giusta, ma necessaria. E ben venga se lo comincia a fare ora, dopo il risultato di una tornata elettorale sulla quale si erano irrealisticamente caricate troppe aspettative ma che in sostanza ha registrato una sua sostanziale tenuta. In verità, questa discussione sarebbe dovuta iniziare molto prima, già all’epoca in cui nacque il secondo governo Conte. E poi nei giorni del lockdown, ove a volte la nostra parte politica sembrava alquanto disorientata. Ma tant’ è! Meglio tardi che mai.

I dubbi della svolta moderata

Sono d’accordo con Alessandro Rico: sinceramente parlare di “svolta moderata”, o addirittura “liberale”, non convince nemmeno me, oltre ad essere un dire molto astratto se non lo si riempie di contenuti. Così come, per altri versi, lo è parlare di “sovranismo”, un termine che prima o poi scomparirà dal dibattito pubblico perché significa poco e niente (ognuno lo riempie infatti a suo modo e piacimento). La destra ha aggregato molti consensi lungo una piattaforma democratica e liberale, anche se non sempre ne è stata consapevole e lo ha saputo comunicare: ha chiesto che le istituzioni fossero più vicine ai deboli e agli esclusi veri, democraticamente da loro scelte; e che quegli aspetti regolatori e costruttivisti dell’ideologia modena postasi come “pensiero unico”, profondamente illiberali, fossero cancellati o ricalibrati.

Il messaggio ha funzionato e funzionerà, va solo affinato, meglio articolato e reso coerente nei comportamenti (il che a volte non è avvenuto). E va espunto dai toni e da quegli stilemi barricaderi e bombacciani che non appartengono alla cultura conservatrice, oltre a spaventare l’italiano medio (che cerca tranquillità e sicurezza) e ad essere a forte pericolo di riproposizione col segno cambiato di ciò che abbiamo sempre imputato la sinistra (la delegittimazione morale dell’avversario, il manicheismo, la faziosità). Il punto mi sembra che lo abbia colto meglio di tutti il direttore Alessandro Sallusti, quando ha affermato che rischiamo di trovarci impreparati nel momento in cui, fosse pure per un killer interno all’attuale maggioranza, saremo chiamati a governare. Perché in effetti è questo che oggi ci manca: un progetto culturale e politico che non ci faccia vivere a ricasco dell’agenda imposta dagli altri e in cui le linee di azione che ci hanno portato successo siano inquadrate e giustificate.

Meglio una svolta realistica…

Se proprio, allora, vogliamo parlare di “svolta”, io propenderei per una “svolta realistica”, cioè politica nel senso pieno del termine. Perché il vero punto dell’impasse è nel fatto che, pur avendo un capitale (in voti e consenso) inestimabile, siamo nelle condizioni di chi lo ha bloccato in banca e non può movimentarlo. Detto in soldoni, non tocchiamo palla e rischiamo di non toccarla nemmeno in futuro. La politica può farsi in due modi: come testimonianza, cioè come rappresentazione di un ideale che troverà realizzazione casomai in un lontano futuro; oppure come capacità di aggregare consenso per poi spenderlo nell’agone politico governando. Per molti aspetti, i comunisti rappresentarono, nella Prima Repubblica, il primo modo di fare politica, ma erano sorretti da un’ideologia forte e con solidi legami internazionali. Ora che le ideologie forti, per fortuna, non esistono più, si fa politica per governare o tornare al governo.