Cronaca

Che schifo Milano: maranza liberi, Anna massacrata per aver dimenticato un pass

La signora di 71 anni per anni regolare coi pass Ztl. Poi ne dimentica uno e arrivano multe a raffica. Vince al giudice di pace ma il Comune infierisce: ora deve pagare 13mila euro

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La Praga di Kafka? No, la Milano di Sala. Una città da incubo in tanti, troppi, tutti i sensi, che costa la casa a una donna che ha passato i 70 e per cosa? Per la carognaggine combinata di Comune, burocrazia, magistratura, tutti senza anima e senza cuore. Ma sì, nella Milano un tempo del terziario avanzato, oggi del maranzato incontrastato ti può benissimo capitare, se sei anziana, se sei sola contro la vita e la metropoli, se hai un marito alle prese con un cancro, ti può capitare di lasciare indietro qualche rottura di coglioni di adempimento fatto apposta per fare cassa e per metterti in cassa, da morto. E così Anna Ferraretto, a Milano da una vita, che abitava al 12 di Corso Garibaldi, si era dimenticata di aggiornare il pass. La favolosa ztl dei privilegiati che votano Salis, sì, pagata, tutto a posto, il pass le è passato di mente. Risultato: ogni volta che andava e veniva faceva infrazione, senza saperlo, senza ricordarsene, e le multe si accumulavano. In questi casi il codice tiene conto della buona fede, dello stato di necessità e di un sacco di altre cose garantiste, ma il garantismo, lo abbiamo capito, è per chi può pagarselo. O per chi se lo prende sfondando vetrine e teste, un garantismo etnico, ideologico. La Anna che ha passato i 70 non era nessuna di queste robe qua, e un bel giorno riceve un conto di cinquemila e passa su 54 infrazioni: lei si sente male e si rivolge a due giudici di pace, che riconoscono entrambi la buona fede uno dopo l’altro e le scontano tutto tranne la contravvenzione originaria, roba da poche decine di euro. Ma il Comune non ci sta, ricorre e, chi l’avrebbe detto, vince e siccome nel frattempo sono scattate le multe sulle multe il conto sale a oltre diecimila euro, più quattromila di spese processuali, più spese legali, più spese mediche perché a quel punto si ammala anche l’incredibile Hulk. Quando si parla di carognaggine: i vigili aspettano l’ultimo giorno utile dei due mesi per fare le notifiche, e la Annina è fregata.

Bel capolavoro! Bastava un minimo di correttezza, un minimo di umanità e un minimo di equità. Ma se, da signora nessuno, caschi nelle ganasce delle ragion pure della burocrazia, che nome non ha e cuore nemmeno, non ti salvi. Immaginatevi voi ricevere un conto da quindici, ventimila euro, sapendo di non aver fatto assolutamente niente, niente di male. “Eh, ci dispiace, sono le regole. È la legge”. Che, come noto, è uguale per tutti ma per qualcuno eccetera. Qui di giusto non c’è niente e di legale ancora meno. Sarà tutto formalmente a posto, ma di legale, zero proprio. È stata tutta una associazione a distruggere, e ce l’hanno fatta: la Annina, dopo aver pagato a Sala quel che è di Sala, se n’è andata di casa, in un’altra zona, più periferica, tanto ormai sono tutte colonizzate, ma animo, è solo percezione e voi siete fascisti, l’emergenza a Milano è il fascismo, lo dice il sindaco fauno.

Immaginate voi cosa vuol dire andarsene da casa. Perché una casa non è solo il piccolo mondo dove ti muovi a occhi chiusi, dove ogni spigolo ti protegge, una casa è un rifugio che sta nell’isola di un quartiere fatto di consuetudini, vetrine conosciute, insegne, percorsi, siamo un po’ tutti come i cani che si orientano a istinto, a olfatto. Chi scrive rimpiange Milano da 42 anni però non Milano, solo il suo quartiere di Lambrate. E anche adesso che non esiste più, che è maranzato e irriconoscibile, uno lo insegue di dentro, perché con la testa è rimasto là. La Annina ci viveva davvero, giorno dopo giorno, per una vita intera in corso Garibaldi, 12, era parte di lei e lei era parte della via, e la metropoli le si è rivoltata contro come una belva feroce. No, meglio: come una figlia di puttana. E lei dignitosamente se n’è andata. Ha preferito ricominciare una vita passati i 70 anni là dove tutto è diverso, nuovo, ostile, perché una città come Milano è una unione di quartieri ciascuno con la sua fisionomia, perfino adesso che sono tutti ridotti a enclave arabe.

«Io non l’ho fatto per trasgredire le regole» dice la Annina, e par di vederla con gli occhi da cane, sbarrati, increduli. No, non è lei ad aver trasgredito. È un Comune, una Giustizia, una burocrazia tutte sbagliate, cresciute come erba cattiva per distruggere chi ci vive dentro. Poche balle, questa è crudeltà che si compiace. «Io volevo discuterne subito con i vigili. Invece sono stata costretta a rivolgermi a un avvocato, aspettare di essere chiamata, oltre ad affrontare ulteriori spese legali per continuare a difendermi». Che schifo. Che vergogna.

La Annina ne morirà, inutile girarci intorno; e anche Milano ne muore un po’, perché la città “col coer in man” si ritrova in palmo la merda di una disumanità di cui tutti si lavano le mani e invece ciascuno è responsabile pro quota. «Quando il rispetto delle regole per trentacinque anni sembra non valere nulla di fronte a una singola dimenticanza e alla sentenza di due giudici di pace, è legittimo chiedersi dove finisca la funzione educativa di una sanzione e dove cominci un accanimento burocratico». Te lo dico io, povera, cara Annina trattata peggio di un delinquente. Comincia e finisce che chi non ha fatto niente finisce male mentre chi fa il criminale va a casa e non paga niente. Finisce che a pagare sono le vittime, e, attenzione, vittime che non pagano tanto gli errori o le sviste loro, ma le mascalzonate di chi è farabutto davvero. Succede con il pass dimenticato, come con gli “sioperi” di rappresaglia, le devastazioni maranza, le stragi della jihad, con tutto; e questo sarebbe il favoloso garantismo e legalismo e inclusione nazionale: state pur certi che i balordi dei centri sociali, che accumulano nero, spaccio, evasione, malavita, nessuno li chiama a saldare un bel niente; state pur certi che fosse stato un maranza a non pagare il pass Garibaldi, nessun funzionario o vigile o borgomastro gliene avrebbe mai chiesto conto, e a maggior ragione se, invece di scordarsene, l’avesse fatto apposta. Neh, Sala? Se è lecita una considerazione ancora personale, è stato meglio perdere Milano: questa non è più la città municipale in cui crescevo, in cui credevo, mi riconoscevo. Non è più neanche una città. Beh, da milanese perduto, nostalgico, mi piange il cuore e mi piangono anche gli occhi. Annina e le multe: pare una canzone di Jannacci, di quelle che poi finiscono male. Sapessi com’è insano, seguir tutte le leggi a Milano.

Max Del Papa, 5 novembre 2026

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