C’è un punto da cui partire e non è negoziabile: il fermo di Rima Hassan, per come è stato raccontato e per come lo descrive il suo stesso avvocato Vincent Brengarth, presenta più di un’ombra. Per il legale è stata aggirata l’immunità parlamentare europea con una forzatura procedurale, ma il problema vero è che non può bastare un post pubblicato sui social per arrivare a un fermo o peggio a finire dietro le sbarre. E su questo, sgombriamo il campo da equivoci, non serve essere simpatizzanti della France Insoumise per dirlo. Ma da qui a parlare di “persecuzione giudiziaria e politica” ce ne passa. E parecchio.
Rima Hassan, eurodeputata e volto noto della sinistra radicale francese, ha scelto la linea più prevedibile: trasformare un episodio controverso in una narrazione sistemica, costruendo l’idea di essere nel mirino del potere per le sue opinioni. È una strategia vecchia come la politica, soprattutto quando si gioca su temi identitari forti come la questione palestinese, i diritti civili e il rapporto con l’Islam in Europa. Solo che questa narrazione scricchiola. E scricchiola per un motivo molto semplice: chi oggi grida alla persecuzione è la stessa persona che, con una certa disinvoltura, distribuisce patenti di islamofobia agli avversari politici.
Il caso di Strasburgo è emblematico. Una consigliera socialista, Pernelle Richardot, esprime un giudizio duro – discutibile, se vogliamo – su un convegno legato alla Palestina. Rima Hassan replica dando dell’“islamofoba dichiarata”, evocando la “sinistra coloniale” e chiudendo con un inquietante “nessuno dimenticherà”. Parole pesanti, che il tribunale ha sì ritenuto rientrare nel perimetro del dibattito politico, ma che restano politicamente violentissime.
E allora la domanda è inevitabile: vale tutto quando si accusa? E invece scatta la “persecuzione” quando si viene accusati? Perché il punto è proprio questo. Nel dibattito pubblico contemporaneo, certe parole – islamofobia, antisemitismo, razzismo – sono diventate armi. Non strumenti di analisi, ma etichette da appiccicare all’avversario per delegittimarlo moralmente. E Rima Hassan, piaccia o no, è una che queste armi le usa. Eccome se le usa.
Il problema è che poi il meccanismo si ritorce contro. Perché se tu contribuisci a creare un clima in cui ogni critica viene letta come odio, ogni dissenso come discriminazione, non puoi stupirti se qualcuno, dall’altra parte, usa lo stesso schema nei tuoi confronti. Chi di islamofobia ferisce, di antisemitismo perisce. Non è solo un gioco di parole, è la fotografia di un cortocircuito politico e culturale.
Questo non significa mettere sullo stesso piano tutto e tutti, né tantomeno giustificare eventuali abusi giudiziari. Ma significa rifiutare la logica della vittima a senso unico. Perché la credibilità, in politica come nella vita, è una moneta che si spende una volta sola. E se la consumi accusando chiunque non sia d’accordo con te di essere un nemico dei diritti, poi diventa difficile convincere gli altri quando sei tu a denunciare un’ingiustizia.
Rima Hassan ha tutto il diritto di difendersi, di contestare il fermo, di chiedere chiarimenti. Ma trasformarsi automaticamente in martire di un sistema repressivo rischia di essere non solo esagerato, ma anche controproducente. Perché alla fine, più che una persecuzione, qui si vede soprattutto un’altra cosa: il riflesso di un modo di fare politica in cui si alza sempre il volume, si estremizzano le posizioni e si delegittima l’avversario. Salvo poi invocare garantismo quando il vento cambia direzione. Ecco, forse il vero problema non è il fermo. È il clima. E quel clima, spiace dirlo, Rima Hassan ha contribuito a crearlo.
Franco Lodige, 4 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


