Politiche green

Ciao ciao green, è record: il mondo brucia carbone per produrre energia

Dai traffici marittimi un'indicazione univoca: necessaria una intera nuova flotta per trasportare il fossile e rimpinguare le riserve

Montgne di carbone Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Chi pensava di poterlo seppellire sotto una lapide di slogan climatici e di belle intenzioni, ha commesso un drammatico errore: una attenta analisi, anche alla luce della crisi di Hormuz, dei trasporti marittimi di carbone e quindi dei consumi del fossile per eccellenza, dimostra l’esatto contrario. Brutto, nero, cattivo, fossile e polveroso, il carbone ha sette vite come i gatti ed è tornato impetuosamente a crescere.

I dati scaturiti dalla conferenza internazionale Geneva Dry, parlano chiaro: alla faccia del climate change, del green e dell’innalzamento di temperature e mari, armatori, analisti e operatori, esaminando quanto accaduto con la crisi di Hormuz, hanno parlato di radicale cambio nelle prospettive del carbone trasportato via mare e, con esse, della domanda nel settore del dry bulk shipping.

Come in una partita di tennis, sicurezza energetica batte ambientalismo 6-0. 6-0.

Se il 2025 inizialmente sembrava disastroso per il carbone marittimo, con una diminuzione dei volumi globali di carbone di circa il 4%, equivalenti a quasi 60 milioni di tonnellate di carichi persi, e con  rotte commerciali più corte che hanno fatto crollare le tonnellate-miglio del carbone di circa il 10%, il 2026 ha segnato una inversione di tendenza clamorosa.

La guerra potrebbe soffiare nelle vele delle carboniere, tra 55 e 65 milioni di tonnellate di domanda incrementale di carbone, potenzialmente assorbendo dal mercato spot l’equivalente di circa 100 navi capesize.

La domanda cresce su più rotte, inclusi i traffici Australia–Estremo Oriente, le rotte Colombia–Estremo Oriente e persino movimenti ultra long-haul dall’Australia verso l’Europa.

E contemporaneamente si afflosciano le vele del dibattito sulla decarbonizzazione ora trasformato in una questione di resilienza energetica, con Stati che danno priorità alle riserve strategiche e alla stabilità della fornitura elettrica rispetto agli obiettivi sulle emissioni.

Europa, Giappone e Corea del Sud sono stati tutti indicati come mercati che stanno riconsiderando la durata degli impianti a carbone, mentre la Cina è stata ripetutamente citata come il paese meglio preparato all’attuale crisi.

La decarbonizzazione dominava la strategia di lungo termine e improvvisamente la sicurezza energetica è diventata la cosa più importante.

L’aggressiva espansione cinese delle energie rinnovabili rimane intatta, ma i relatori hanno osservato che il carbone rappresenta ancora circa il 60% della produzione elettrica cinese e agisce sempre più come capacità di riserva nei periodi di picco della domanda o di carenza delle rinnovabili.

La volatilità climatica e l’intermittenza della produzione rinnovabile potrebbero addirittura aumentare le oscillazioni della domanda di carbone in futuro.

L’Indonesia, oggi il più grande esportatore mondiale di carbone termico, deve fare i conti con quote produttive e restrizioni all’export ma gli esperti danno per certo un allentamento delle restrizioni man mano che la domanda globale aumenta.

E le conseguenze sui traffici marittimi sono tutt’altro che marginali:  circa 1.100 navi dry bulk compiranno 20 anni entro i prossimi tre anni, mentre gli slot per nuove costruzioni nei cantieri cinesi sono praticamente esauriti fino al 2030 mentre sulla spinta del carbone la domanda di trasporto si impennerà.

Bruno Dardani, 21 maggio 2026

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