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La guerra al contante

Contante vs carta: cosa c’è in ballo nella crociata per il Pos

L’intervento a gamba tesa della Corte dei Conti, il Pos, i contanti e l’ennesimo rischio per la libertà

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È abbastanza inusuale e sopra le righe l’intervento della Corte dei conti su alcuni aspetti della manovra presentata dal governo, in particolare quelli concernenti l’innalzamento del limite per l’uso del contante. E ancora più surreali sono le motivazioni dalla stessa Corte addotte, che si richiamano ad una presunta e tutta da dimostrare coerenza o non coerenza di suddette misure con il Pnrr. Quasi che quest’ultimo costituisse una sorta di testo sacro o decalogo delle verità indiscutibili.

Vizio statalista

La Corte dei Conti, come è noto, è un tipico istituto legato a una concezione statalistica e dirigistica della vita economica: fu lo Stato napoleonico il primo ad introdurlo ed è praticamente inesistente nei Paesi di common law. Il suo scopo è di controllare le spese dello Stato, cioè di verificare se esse abbiano le coperture necessarie e siano sostenibili. Essendo un organo giudiziario, la Corte non può entrare a gamba tesa nell’agone politico né basarsi su illazioni o previsioni discutibili o opinabili. Nella fattispecie che ci sia una correlazione fra evasione fiscale e uso del contante non è stato mai dimostrato, né il controllo sui conti può avvenire ex ante in modo così pervasivo da castrare completamente la libertà degli individui e da non permettere che sia il mercato a sanzionare chi offre meno possibilità di scelta al consumatore sui mezzi di pagamento.

Carta vs contante

La moneta in verità, sia quella cartacea sia l’elettronica, non è altro che uno strumento a cui gli uomini assegnano un valore astratto al fine di facilitare i propri scambi. I quali possono avvenire coi mezzi di pagamento i più diversi e persino in natura o sotto forma di dono (quindi in modo gratuto). È chiaro che se io amo pagare con la carta, anche un semplice caffè, e quindi amo essere un “rompicoglioni” secondo la colorita espressione di Matteo Salvini, devo essere libero di poterlo fare, tanto che se un commerciante non me ne dà la possibilità sono libero di non andarci. Ma appunto la scelta deve essere mia e non mi può essere imposta da una forza esterna. A maggior ragione se io a questa forza esterna sono costretto a cedere i miei dati personali e la tracciabilità completa delle libere relazioni di scambio che ho intrattenuto.

Libertà di scelta

L’impressione è che, con l’alibi della ricerca di una coerenza delle misure adottate con gli obiettivi del Pnrr, si voglia assottigliare sia lo spazio della decisone politica, sempre più costretta in maglie rigide già confezionate, sia la parte autonoma della vita personale di ognuno, che sarebbe di fatto “tracciabile” e controllabile in ogni aspetto o comportamento pubblico. Ancora una volta ci troviamo perciò di fronte a una scelta di libertà: da una parte c’è che vuole aumentare le opzioni a nostra scelta, dall’altra chi vuole comprimere la nostra esistenza fino a costringerla ad agire nell’unico e controllabile modo possibile e accreditato. Alla fine si potrebbe pure raggiungere l’obiettivo dell’ “evasione zero”, ma si sarebbe perso pure molto di ciò che fa dell’esistenza umana qualcosa di degno di essere vissuta.

Corrado Ocone, 4 dicembre 2022