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Cosa ci insegna il crollo di Apple in borsa

Quello che è successo in Borsa ad Apple in queste ultime settimane non è una cosetta di poco conto. Non stiamo parlando di Tesla, un’azienda americana, che si è messa in testa di fare concorrenza ai giganti delle auto e che nell’ultimo trimestre del 2018 ha venduto poco più di 90mila vetture in giro per il mondo.

No, con Apple stiamo parlando di un’icona della tecnologia americana: migliaia di brevetti, una capitalizzazione di Borsa che aveva superato i mille miliardi di dollari (per capirsi la metà di tutta la ricchezza, il Pil, italiano), uno stile di vita e di new age, una sorta di fichizia planetaria che parte dal packaging e finisce con il prodotto in sé. In un paio di sedute ha perduto circa 400 miliardi dai suoi massimi di Borsa. Il tutto perché le sue vendite, comunque stellari, non sono andate come dovevano.

Il suo amministratore delegato, Tim Cook, una sorta di ragionier Filini se paragonato al fondatore Steve Jobs, ha detto che è colpa dell’andamento dell’economia cinese. Che in effetti non è andata come si sperava. Si tratta di una mezza verità, e i mercati lo hanno capito. In molti, dal punto di vista industriale, si sono infatti chiesti che senso avesse sostituire un prodotto da mille euro (iPhone X) con uno molto simile solo dopo un paio di anni. Un’altra pattuglia ha infine notato come Apple sia troppo «iphonecentrica»: non è riuscita a inventarsi molto oltre al melafonino negli ultimi anni. In fondo vende sempre quella roba là e per di più senza grandi salti tecnologici tra un modello e l’altro.

A questo punto si deve però notare che sono tutti bravi a fare gli analisti e gli espertoni, non solo di tecnologia, ma anche di management. Se tutta questa pattuglia di sapientoni del giorno dopo fossero così bravi e pieni di idee invece di prendersi il loro stipendietto alla fine del mese, forse avrebbero già messo su la nuova Apple. E così non è.

Il punto, banalmente, è forse proprio questo. Nonostante oggi per i colossi della tecnologia, dai produttori di smartphone ai gestori di piattaforme (Amazon o Facebook), il mercato è una brutta bestia: nel senso che fa il suo mestiere. Si sente spesso dire che occorre vigilare sotto un profilo antitrust su questi mostri del XXI secolo, ma poi non si fanno i conti sulla competitività e la concorrenza del mercato. I tecnici del settore dicono che tra la produzione di un oggetto (un pc o un telefonino) e la predisposizione di una piattaforma che si autoalimenta del suo successo, ci sia una differenza. Può essere: resta il fatto che nel bene e nel male questo dannato mercato è l’unica vera garanzia di una rigenerazione creativa della competizione economica. E sui telefonini ci sono due casi piuttosto emblematici.

La copertina di Forbes del novembre del 2007 era dedicata all’allora boss della Nokia, preso di profilo, con un suo telefonino ficcato nel suo orecchio. E con uno strillo di copertina: «Un miliardo di clienti – Qualcuno potrà mai raggiungere il re dei cellulari?» Solo qualche mese prima Jobs aveva presentato il suo primo iPhone che, nel giro di dieci anni, non solo aveva fatto fallire Nokia, ma aveva raggiunto anche essa il miliardo, non di clienti, ma di fatturato. Roba incredibile, allora. Solo dopo un anno, Apple si inventa il negozio virtuale. Saltano tutti gli schemi. E saltano tutti i competitor, compreso il Blackberry, della Rim.

Senza andare così lontano nel tempo, basta ricordare cosa è avvenuto in Cina, la stessa di cui si lamenta oggi Cook, in soli cinque anni. Lì a comandare c’era la Samsung: uno smartphone su cinque era targato coreano. Oggi sì e no, uno su dieci è loro.

La morale, in fondo, è solo questa. Nessuno, o pochi, oggi possono sapere se il tonfo di Apple in Borsa sia un primo segnale. Ma tutti noi dobbiamo sapere che la migliore sanzione al predominio delle grandi tech company si chiama mercato. Inflessibile, impietoso: nel giro di pochi anni può trasformare una mela in un torsolo.

Nicola Porro, Il Giornale 5 gennaio 2019

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6 Commenti

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  1. Sottoscrivo pienamente quanto esposto. Ho lavorato una trentina d’anni per una multinazionale. Negli ultimi anni il MARKETING ha sempre più assunto un fare “arrogante” condito da un eccesso di presunzione di onnipotenza. Ho ricordato più volte a questi “presuntuosi” che il vero PROPRIETARIO di una ditta è e resterà sempre il CLENTE ! Non esistono ditte senza CLIENTI … meditate gente!

  2. Bello e corretto. Ma va cosi’ nel mondo: squadra che vince non si cambia. E tutte le imprese di tecnologia “leggera” fanno gli stessi errori (al momento salvo le grandi industrie farmeceutiche e le grandi industrie aeronautiche).
    Nella tecnologia leggera dopo un po’ di anni la squadra che vince comuncia a perdere. Inevitabile.

    In Cina hanno capito che il telefonino non e’ solo una macchina fotografica, ma ora tornando da Shanghai ho scoperto che in citta’ erano spariti i Bancomat… nessuno usa piu’ il denaro. Tutti mostrano nello scanner il loro codice QR del telefonino: finanza rivoluzionata!

    Forse i Cinesi staranno gia’ studiando a come trasmettere gli odori attraverso il telefonino . Ridiamo? Uhmmmmm
    Insomma squadra che vince deve cambiare per vincere ancora altrimenti soccombera’ presto.

  3. Il caso di apple è particolarmente eclatante per i numeri spaventosi che la riguardano, ma nell’articolo non viene ben contestualizzato. Sicuramente vero che ci sono ragioni soggettive da non trascurare, ma il vero responsabile del tonfo è il mercato finanziario, non quello della telefonia o dell’alta tecnologia. Il titolo apple, come altri illustri teconologici, ha complessivamente subito un grosso tonfo, ma in realtà le sue domensioni sono state più marcate solo perché questi titoli erano più in bolla rispetto agli altri. Per chi segue i mercati finanziari non è un mistero che nell’anno appena trascorso è stata la stragrande maggioranza degli asset finanziari ha produrre perdite rilevanti piuttosto che guadagni. A questo va unito il nuovo crollo del barile e delle materie prime. Allora guardiamo al quadro nel suo complesso, tutto era in bolla ed anche se anemica c’era una crescita economica, ora tutto rallenta e le bolle si sgonfiano, forse qualcuna addirittura scoppierà. Tutto in coincidenza con rialzi dei tassi e fine dello shopping delle banche centrali. Queste sopravalutazioni e crescite artificiali sono destinate a fare i conti con la realtà e la presunta medicina delle banche centrali ha prodotto più intossicazioni che guarigioni. Emblematico il caso del nostro spread, doveva esplodere con la fine del QE unita al terrorismo mediatico nostrano e non, invece lo spread è rimasto a livelli ragionevoli, perché? Perché quando le turbolenze finanziarie si avvicinano il debito pubblico è molto più sicuro ed affidabile dell’azionariato e del debito corporate o aziendale qualsivoglia. L’europa punta il dito sul nostro paese, sulle nostre banche, ma in realtà i primi accusatori, i soliti cari tedeschi, si trovano per le mani un sistema bancario molto più dissestato del nostro con le 2 prime banche del paese sull’orlo della statalizzazione. Per concludere, il caso della apple non è emblematico in quanto lezione aziendale, ma un qualcosa a cui prestare grande attenzione come segnale di grave crisi finanziaria globale, un qualcosa fortemente nell’aria e da cui ci si può provare a proteggere almeno parzialmente. Spero di sbagliarmi, ma nel caso avessi ragione ci faccio gli auguri, ne avremo bisogno tutti, non solo noi italiani

  4. Il paragone con Nokia non mi sembra calzante… Per me trattasi invece di una delle tante avvisaglie della guerra commerciale tra USA e Cina… Peccato che un tonfo del genere sia successo con Apple anziché con Google o altri OTT super invadenti… Occhio però ai prossimi, imminenti, nuovi invasori ovvero ai campioni cinesi quali WeChat, Baidu ecc., che fra l’altro operano con una propria, unica piattaforma per le varie finalità e, ahimè, sono sotto un regime ben regolato. P. E. un account WeChat non può avere più di 25.000 follower: è meglio??? Infine è da considerare che la UE non ha nessun campione nel settore internet, del digitale e dell’intelligenza artificiale: siamo destinati ad essere colonizzati o, per difenderci, saremo capaci di disciplinare la materia? Non mi sembra vista la mancanza di una concezione politica unitaria circa l’immigrazione incontrollata!

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