Chiesa

“Cosa ne penso di Leone XIV?”. Parla l’uomo di Ratzinger silurato da Bergoglio

Monsignor Georg Gänswein: "La confusione di questi anni va superata". I primi segnali sono buoni: "Non ci sarà continuità"

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“Quando ho visto che aveva un testo scritto in mano, mi sono detto: ha cominciato bene”. Monsignor Georg Gänswein era una delle voci più attese dopo la morte di Papa Francesco e l’elezione, a seguito di un Conclave lampo, di Leone XIV. Non solo perché è stato per anni il braccio destro e sinistro di Benedetto XIV. Non solo perché è stato anche prefetto della Casa Pontificia, sia con Ratzinger che con Bergoglio. Ma soprattutto per quel burrascoso addio del 2020, quando “don Georg” venne cacciato platealmente da Francesco poi criticato, neppure velatamente, in interviste e pubblicazioni fino all’accusa di aver spezzato il cuore a Benedetto vietando la messa in latino. Più di recente i due si erano incontrati, forse a suggellare una tregua (“mi sono chiarito con Francesco”, dice oggi), ma a quanto pare gli antichi dissapori sulla dottrina e la gestione della Chiesa restano. Per questo il suo giudizio su Papa Prevost può servire a comprendere se e quanto i “tradizionalisti” o “conservatori” guardino a Leone come un punto di svolta rispetto al passato pontificato. Giudicato eccessivamente “progressista”.

Intervistato dal Corriere, Gänswein ritiene che il nuovo Papa possa essere “una via di mezzo tra Benedetto XVI e Francesco”. “Se uniamo le scarpe nere di Bergoglio alla chiarezza dottrinale cristallina di Ratzinger, senza cercare a tutti i costi l’originalità, penso che Leone XIV offrirà una bella combinazione. Sì, potrà rappresentare la sintesi delle cose migliori di entrambi”. Don Georg oggi è Vilnius, in Lituania, dove dal giugno dello scorso anno è nunzio apostolico. Non conosce molto bene Prevost, ma ne è rimasto colpito. “Lo incontrai con papa Benedetto quando era Superiore generale degli Agostiniani, nei giardini vaticani. E ancora quando nell’aprile del 2007 visitò la cattedrale di Pavia dove c’è tomba di sant’Agostino. Poi è diventato vescovo in Perù e non l’ho più visto. Ma la sua elezione per me è stata una sorpresa grande e buona. Quando l’ho visto uscire sul balcone della basilica di San Pietro mi sono detto: otticamente e acusticamente, questo Papa suscita speranza, speranza, speranza…”.

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Secondo Georg, “Leone XIV creerà ponti come il predecessore” ma “in un contesto e con uno stile diverso rispetto a Francesco”. Il che, tradotto, sembra voler dire facendo più attenzione alla tradizione e alla dottrina della Chiesa, al cui interno “esistono grandi tensioni”, riscoprendo l’importanza del lavoro della curia papale. “La confusione di questi anni dev’essere superata. E uno degli strumenti da usare sono le strutture che già ci sono. Le istituzioni della Chiesa non sono né una lebbra né una minaccia contro il Papa. Sono lì per fornire un aiuto ai pontefici, che debbono farsi aiutare. Non si può governare da soli, diffidando delle proprie istituzioni”.

Il desiderio è che Papa Prevost faccia una cesura netta col passato, senza disconoscere ovviamente lo spirito pastorale di Bergoglio. “Percepisco un certo sollievo diffuso – spiega Mons. Georg – È finita la stagione dell’arbitrarietà. Si può cominciare a contare su un papato in grado di garantire la stabilità e di affidarsi alle strutture esistenti, senza capovolgerle e sconvolgerle”. Insomma: Leone XIV “mi dà una grande speranza”, dice Gänswein, “sono convinto che inciderà in positivo dentro la Chiesa e nel mondo. È un pacificatore. Già la scelta del nome, nella tradizione di San Leone Magno e di Leone III che nell’800 incoronò Carlo Magno, è molto indicativa. Nome e vestito hanno fatto capire che non ci sarà continuità ma una fase totalmente nuova. La sua esperienza, la capacità di parlare molte lingue, il fatto che sia stato missionario ma anche che abbia lavorato in Curia per due anni lo rendono un Papa insieme pastore e di governo. Non viene da un solo ambiente ma da molte cose insieme. E questo gli permetterà di parlare a tutti”.

L’ultima richiesta? Riprendere ad abitare al Palazzo Apostolico, lasciato da Francesco in favore di Casa Santa Marta. “Quel palazzo è destinato all’abitazione dei Papi. È la sua funzione storica – conclude l’ex prefetto pontificio – Mi fa piacere pensare che la sera, nel Palazzo Apostolico, il Papa accenderà la luce e la gente saprà che è lì”.

Franco Lodige, 12 maggio 2025

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