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Così Di Maio s’è bevuto Conte

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Non ho mai sfottuto, come è stato un po’ lo sport nazionale negli ultimi anni, Luigi Di Maio per la sua (presunta?) incultura, l’uso sbagliato dei congiuntivi, il fatto di aver venduto bibite al San Paolo fino a poco prima di scendere in campo (non in quello da gioco ovviamente, ma in politica). E non l’ho fatto non solo perché non è nel mio stile (preferisco giudicare politicamente), ma perché, dietro ogni cosa, vedevo sempre quegli “occhietti furbi” da napoletano scaltro che, per me che a Napoli ho vissuto e di “scugnizzi” (o ex scugnizzi) ne ho visti tanti, mi imponevano di andarci cauto. Quella dei napoletani è una intelligenza tutta pratica, di coloro che casomai sbagliano ma apprendono subito dagli errori e dalla vita. E poi astutamente, scusatemi l’espressione, mettono tutti in saccoccia.

L’affidabile Giggino

Da questo punto di vista, la rivalità che a un certo punto è sorta fra Conte e Giggino (velata dai toni felpati e ipocriti) non poteva che avere l’esito che sta avendo: il primo si dà tanto da fare ma non conclude; il secondo sta quasi immobile, apparentemente tutto e solamente preso nel suo ruolo di Ministro degli Esteri, ma alla fine con una parolina buttata qui, un “suggerimento” dato sommessamente a Draghi là, o una photo opportunity con Virginia Raggi ieri, viene fuori come l’uomo affidabile, e forte, dei declinanti Cinque Stelle. E proprio la sindachessa, che Conte si illudeva di convincere a sacrificarsi sull’altare di un accordo di potere col Pd, raggiante (è proprio il caso di dire) ha messo il bollino blu sulla vera leadership di quel che resta o fu il Movimento.

Quel fatidico agosto del 2019

Diciamo la verità, un’accelerazione al suo rapido processo di apprendimento delle regole della politica, Luigi Di Maio da Pomigliano D’Arco dovette averlo in quel fatidico agosto del 2019, quando Salvini perse il governo e Conte, l’uomo che (con la “complicità” dello stesso Salvini) egli aveva “inventato”, tirandolo fuori dal nulla, si mise in testa di diventare lui il dominus di tutto e tutti. E, con l’acquiescenza dei piddini, che non stavano nei propri panni dall’euforia di rivedersi nella stanza dei bottoni e soprattutto delle poltrone, lo diventò effettivamente. Al nostro, relegato al ministero degli Esteri, che anche geograficamente è a Roma fuori dal perimetro magico della politica che conta, non restò che fare buon viso a cattivo gioco. Intanto, non perdeva tempo, e faceva quel che in quel frangente poteva (e sapeva meglio fare): coltivava il suo orticello di parlamentari fedeli e piazzava parenti, amici e compaesani dove più era possibile.

Pazienza democristiana

Memorabile resta il ritorno in patria a caro prezzo della “convertita” Aisha: a Ciampino fu tutta una gara con l’allora premier a chi avesse lo scatto più bello con la “liberata”. Conte, gli invadeva ormai persino il suo orticello! Ma Giggino non demordeva. Gli fu tolto pure il ruolo di capo politico del Movimento, e lui, da consumato attore (ogni napoletano alzandosi la mattina sa che la vita è teatro e che a lui tocca recitare bene la parte che la sorte gli ha affidato), si tolse pure la cravatta (in verità solo per qualche minuto). Con un Vito Crimi al suo posto che più che un capo politico aveva l’aria di un travet triste e indaffarato… a girare a vuoto, non c’era nemmeno competizione! Buon viso a cattivo gioco, ancora.

E pazienza, tanta, aspettando sulla riva del fiume che arrivassero degli tri a galla i cadaveri (politici ovviamente) arrivassero a galla. Annegati da soli, e solo con un qualche colpetto assestato perfidamente dal nostro ogni tanto. L’intelligenza patica, si diceva. Di Maio, riconfermato agli esteri da Draghi, ha colto subito la novità dei tempi. Che l’aria fosse cambiata, Conte (e Grillo) lo stanno forse capendo solo ora. Ma lui no. Subito ha intuito che, per restare a galla, bisognava mettersi sulla scia del neopresidente del Consiglio e… null’altro fare.