Il Sessantotto sequestrato (Guido Crainz)

In questa orgia di celebrazione del ’68, in genere affidate, proprio a coloro che passivamente ed entusiasticamente lo subirono, c’è una piccola perla, per il suo taglio originale. Si chiama Il Sessantotto sequestrato (Donzelli editore) ed è scritto da uno storico, un passato in Lotta continua, ed una collaborazione per Repubblica, Guido Crainz. Non ha quel difetto tipico di questo genere di ricordi mielistici: chi ha sbagliato ieri non ha alcuna intenzione, insomma, di raccontarci come non sbagliare oggi, alla luce di una supposta esperienza che si sarebbe fatto nel passato.

Dicevamo c’è un angolo molto interessante nel libretto di Crainz, che mette insieme saggi di Goldkorn sulla Polonia, di Kolàr sulla Primavera di Praga (con un’interessante pagina di Barman), e questo angolo è proprio quello italiano. Il nostro ’68 privilegia “l’asse con i fermenti degli Stati Uniti, rafforzato dalla comune premessa contro la guerra del Vietnam. E l’hanno integrato con ingannevoli miti latino-americani e con una lettura idealizzata e rovesciata della rivoluzione culturale cinese (in realtà ferocissima lotta per il potere)”.

Crainz mette in luce una contraddizione fortissima di quegli anni, oltre alle molteplici spesso indagate. E cioè che quel movimento di ribellione, considerata libertaria, in realtà trascurava del tutto i propri vicini di casa, che iniziavano a dare segni di insofferenza verso il cupo blocco sovietico. I nostri intellettuali preferivano il Che (che solidarizzava con i carri armati russi) agli studenti che si davano fuoco alla ricerca della libertà. “L’invasione della Cecoslovacchia fu condannata ma non vi fu una mobilitazione vera: non in quell’agosto e neppure nei mesi successivi a sostegno della disperata resistenza… stella di quei movimenti continuarono ad essere Cuba e il Vietnam del Nord”. Ricorda Crainz la stupenda poesia di Holub dedicata al giovane Jan Palach, suicida nell’indifferenza dei nostri “lottacontinuisti de piazza”: “E qui scalpitano i tori di Picasso/ E qui gli elefanti di Dalì marciano su zampette di ragno/ E qui rullano i tamburi di Schomberg /E qui cavalca il cavaliere della Mancia /E qui i Karamazov portano il corpo di Amleto».

In questo contesto si aggiunga un sentimento antisemita che paradossalmente si propagò proprio dagli Stati che maggiormente avevano sofferto le epurazioni naziste (la Polonia) fino alle nostre piazze inca-paci di avere una seria autonomia intellettuale rispetto a Mosca. II quadro che ne esce è di una ubriacatura culturale e sociale (si va bene lo sapevamo, e ogni stagione ha la sua), ma i cui effetti sono tuttora diffusi.

Fa bene Crainz a ricordare infine quella famosa vignetta del nostro amico Forattini (1981) in cui Berlinguer urla: “Se i russi invadono la Polonia straccio la tessera del ’56”. Tessera che in pochi stracciarono nel ’56 e ancora meno nel ’68. Un libro da leggere non solo per conoscere il passato, utile per stare attenti alle sbornie rivoluzionarie del presente.

Nicola Porro, Il Giornale 9 settembre 2018

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2 Commenti

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  1. Erano anche gli anni durante i quali a Cuba si mantenevano i prigionieri politici in condizioni in cui oggi se lo facessimo con gli animali i soliti sinistri mancini si scaglierebbero con tutto il loro vigore.

    Allora, come si apprende da Armando Valladares in AGAINST ALL HOPE (Contro Tutta Speranza) https://www.ibs.it/against-all-hope-memoir-of-libro-inglese-armando-valladares/e/9781893554191?inventoryId=59877833 , mentre le varie commissioni dei diritti umani – ONU compresa – erano del tutto sorde, quando i prigionieri politici erano torturati dai castristi a sangue, con escrementi e con la fame i poveri dissidenti perfino per semplici delitti )non di terrorismo) ma solo per opinioni, com’era il caso dell’autore condannato a 30, colpevole di non voler dichiararsi comunista…

    Perfino la Chiesa che oggi dovrebbe chiedere scusa ai Cubani, ipocritamente, allora, non solo taceva ma, pur sapendo collaborava, con il tiranno, osannato da chi oggi scende in piazza per molto meno.

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