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Così sta svanendo la nostra civiltà

Come e perché la cultura dell’occidente sta decadendo lentamente

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Il desiderio è illimitato, la nostra vita invece ha limiti inevitabili. Da qui una scontentezza ontologica che può nobilitarci o deprimici a seconda dell’orizzonte in cui la collochiamo: piccolo come il nostro ego, grande come l’universo.

Marcello Veneziani analizza il nostro tempo, in cui siamo accomunati da un malcontento che pare ormai incontrollabile e dilagante. Che cos’è dunque questo scontento? “È il frutto della convergenza tra il malessere spirituale che è dentro di noi e il malessere storico che è fuori di noi, nel rapporto con la nostra epoca” e la nostra epoca si caratterizza per la nebulosità, la decontestualizzazione, la mancanza di una piazza, un centro; giriamo in una rotatoria continua, senza fermarci mai, nemmeno per due chiacchiere dal vivo.

Decadenza occidentale

Assistiamo frustrati allo svanire di una civiltà, la nostra, quella occidentale: “Il cuore stanco dell’Occidente rallenta e perde colpi. In che cosa consiste il declino occidentale? Nella perdita del passato, del futuro e del soprannaturale, ossia la perdita delle dimensioni costitutive dell’umano e di ogni civiltà”. È l’Occidente stesso che rigetta la civiltà su cui sorge, la tradizione, la religione, la cultura e le sue radici, prova colpa e vergogna di sé, si relativizza fino al midollo, fino al singolo che si abbandona all’insoddisfazione senza ponderare un’alternativa.

Il nostro riflesso allo specchio non corrisponde a quello che vorremmo e lo modifichiamo senza sosta, fino a cancellare i connotati della nostra identità. Il potere dichiara guerra all’identità per poter plasmare a suo piacimento la massa: è tutto fluido, relativo e discutibile. La società dei consumi, secondo Bauman, si fonda sull’insoddisfazione permanente, cioè sull’infelicità. “I desideri devono rimanere insoddisfatti, nessuno dovrebbe più accontentarsi di quello che ha o di quello che è”. Conseguentemente, sul piano sociale, diventano difficili i rapporti con il mondo circostante, relazioni più stentate, più diffidenti, infine il disagio di vivere rapportato alle condizioni sociali, economiche, politiche si fa dissenso, ribellione. Allora perché lo scontento non sfocia in rivolta? Perché il livello di malessere non è così radicale, permane un buon tenore di vita, nonostante tutto. Nessuno vuol mettere a repentaglio il benessere che ha.

Scontento e rivolta

Ci si limita a scrivere parole velenose nei panni di haters delusi che alla fine godono delle loro stesse sentenze, ma che nei fatti non compiono vere rivoluzioni e si fanno vessillo degli scontenti “divanati”. Ma che cosa ha reso l’umanità più infelice rispetto al passato? Quel che è cambiato rispetto al passato è la mancanza di un orizzonte, di una culla identitaria in cui collocarsi, riconoscersi e un fine, uno sguardo oltre la nostra polvere. Una speranza che, nonostante tutto, prima si percepiva ovunque, dai sessantottini a Carlo Falvella, una fame di sogni che si risolveva in un’inquietudine impaziente, ma motrice e piena di vita.

La nostra scontentezza attuale invece sorge perché guardiamo il tutto con gli occhi del nostro piccolo io, non ci concepiamo nella storia del mondo e circoscriviamo l’universo al nostro limitato perimetro. “Invece, se proviamo a immaginare l’universo oltre noi, al di fuori del piccolo io, allora l’universo è restituito alla sua innocenza; il male, la morte, l’assurdo riguardano il nostro orizzonte non quello dell’essere” insiste Veneziani.

Per Giacomo Leopardi l’uomo è l’unico essere vivente scontento perché la sua esistenza non si limita a questo mondo, la scontentezza per lui è “una malinconia viva ed energica, un desiderio non si sa di che, una specie di disperazione che piace, una propensione a una vita più vitale, a sensazioni più sensibili”. In altri termini la scontentezza potenzia l’energia vitale e, da quell’impetuosa vitalità, seppur disperata, può nascere una bellezza inaspettata.

“Lo scontento è una fiamma che ci arde dentro, brucia e illumina, ci divora e ci rende vivi. Lo scontento è un’arma a doppio taglio, un farmaco e un veleno che giova e nuoce a seconda degli ambienti a cui si applica e della disposizione d’animo che la accompagna”. “Come affrontare gli scontenti? Non c’è un rimedio universale. Ma ove è possibile il miglior rimedio empatico è una carezza a chi è scontento, per sciogliere la sua ostilità, fargli comprendere che non tutto gli è avverso, c’è altro, c’è oltre, ci sono gli affetti, oltre alle asprezze, ci sono le tenerezze”.

Bene o male?

Alla fine, la scontentezza è un bene o un male? Difficile stabilirlo in assoluto. La scontentezza può essere un lievito e un passaggio che matura in altri frutti. Va vissuta appieno per provare a volgere in positivo quel che appare negativo, ricavare energia in movimento, perché lo scontento ben indirizzato è una poderosa motrice e un’operosa risorsa.

Infine, la bellezza del reale, ancora una volta, ci educa. “Ci sono piante che reagiscono alla morsa del freddo fiorendo; che fanno della loro agonia uno splendore, tingendo le foglie in declino di rosso vivo, l’unico colore che possono sfoggiare nell’inaridirsi della linfa nei rigori invernali. Sono le stelle di Natale. Quel rosso vivo supplisce il fiore modesto e serve ad attirare gli ultimi insetti impollinatori”. La scontentezza, dunque, anche sull’orlo della fine, si può risolvere in un brulichio di vita.

Fiorenza Cirillo, 4 dicembre 2022