Esteri

Così Trump vuole cestinare Zelensky

Il presidente Usa chiede un nuovo leader per Kiev, riapre la partita del gasolio russo e annuncia una tregua energetica ancora tutta da verificare. La strategia americana cambia, mentre Bruxelles rischia di restare spettatrice

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Donald Trump cambia le carte in tavola. E l’Europa, come spesso accade, rischia di accorgersene quando la partita è già cominciata. Prima attacca Volodymyr Zelensky e gli dice, in sostanza, di farsi da parte. Poi apre alla Russia sul gasolio, allentando la pressione energetica su Mosca. Infine annuncia una tregua energetica tra Russia e Ucraina, ma Zelensky precisa di non conoscere i dettagli di un accordo che, per funzionare, dovrebbe prevedere garanzie reciproche. Altro che diplomazia tradizionale. Qui la parola d’ordine sembra essere una sola: rovesciare il tavolo e costringere tutti gli altri a inseguire Washington.

Trump vuole far fuori Zelensky?

«È arrivato il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente». Il messaggio di Trump è inequivocabile. Secondo il presidente americano, Zelensky avrebbe avuto diverse occasioni per chiudere un accordo con Mosca, ma le avrebbe lasciate sfumare. Trump insiste anche sulle perdite territoriali e umane dell’Ucraina, presentando la guerra come un disastro che avrebbe potuto essere evitato. Le cifre citate dal presidente americano, tuttavia, non vanno confuse con stime indipendenti e verificate. Il punto politico è un altro: la Casa Bianca non si limita più a fare pressione su Kiev perché negozi. Mette in discussione direttamente chi debba guidare il Paese. Ma Zelensky non è un amministratore delegato che Trump può sostituire perché non firma il contratto. Il presidente ucraino è il leader di uno Stato sovrano e la sua successione deve rispettare le regole costituzionali ucraine. Con la legge marziale in vigore, la questione elettorale è tutt’altro che semplice. “Con tutto il dovuto rispetto per il presidente Trump, spetta al nostro popolo scegliere questo o quel leader”, ha detto il presidente ucraino dicendosi pronto ad indire le elezioni se Putin accetta 60 giorni di tregua reale.

Trump, però, sembra ragionare con una logica diversa: se un interlocutore non accetta l’accordo alle condizioni desiderate, bisogna aumentare la pressione fino a costringerlo a trattare. È il metodo della Casa Bianca. E per Kiev può diventare un problema enorme.

Il regalo a Putin sul gasolio russo

Ma la vera contraddizione americana riguarda l’energia. Dopo anni di sanzioni e restrizioni contro Mosca, Trump ha annunciato un accordo per riaprire la strada alle forniture di gasolio russo. Una scelta che arriva mentre i prezzi dei carburanti pesano sull’economia americana e si avvicinano le elezioni di metà mandato del 3 novembre. La domanda è inevitabile: se l’obiettivo è ridurre le risorse con cui Vladimir Putin finanzia la guerra, perché allentare proprio adesso la pressione sulle esportazioni energetiche russe? La risposta di Trump è pragmatica: i prezzi del carburante contano, e contano soprattutto per gli elettori. La geopolitica può aspettare nei dibattiti televisivi; il conto alla pompa arriva ogni volta che si fa il pieno.

Per un’amministrazione che vuole dimostrare di saper abbassare il costo della vita, un’intesa energetica può essere presentata come un risultato concreto. Ma c’è il rovescio della medaglia: ogni allentamento delle restrizioni può offrire nuove opportunità economiche a Mosca. E così si apre una contraddizione difficile da ignorare. Gli Stati Uniti vogliono contenere la capacità russa di sostenere il conflitto, ma sono disposti a rivedere le proprie restrizioni quando gli interessi economici interni lo richiedono. Per Kiev, il messaggio è particolarmente amaro. Mentre l’Ucraina chiede maggiore pressione sul Cremlino, Washington sembra privilegiare una trattativa nella quale anche Mosca può ottenere vantaggi.

La tregua annunciata, ma chi garantisce?

Come se non bastasse, Trump ha annunciato una tregua energetica tra Russia e Ucraina, dichiarando che sarebbe entrata in vigore immediatamente. Il problema è che gli annunci non sono accordi operativi. Zelensky ha chiesto chiarimenti e ha ribadito la disponibilità ucraina a fermare gli attacchi alle raffinerie russe se Mosca interromperà quelli contro le infrastrutture energetiche ucraine. La differenza non è secondaria. Per Kiev, una tregua non può significare rinunciare unilateralmente a colpire obiettivi energetici russi mentre le infrastrutture ucraine continuano a essere bombardate. Servono condizioni precise, reciprocità e garanzie. Altrimenti la tregua rischia di trasformarsi in un vantaggio per una sola delle parti. Trump vuole presentarsi come l’uomo capace di fermare la guerra. Ma tra annunciare un accordo e renderlo effettivo c’è di mezzo la realtà del conflitto, con i suoi interessi militari, le sue diffidenze e le sue linee rosse. La diplomazia può cambiare direzione in poche ore. La fiducia, invece, non si costruisce con un post o una dichiarazione alla Casa Bianca.

L’Europa? Sempre in ritardo

Ed eccoci al grande assente: l’Europa. Per anni i governi europei hanno sostenuto Kiev, imposto sanzioni alla Russia e spiegato che la sicurezza del continente dipendeva anche dalla capacità di fermare l’aggressione russa. Adesso Washington cambia linea e gli europei devono decidere che cosa fare. Seguire Trump? Prendere le distanze? Oppure provare finalmente a costruire una strategia autonoma? Il problema è che l’autonomia strategica europea viene evocata da anni, ma ogni svolta americana la trasforma in una prova concreta. E ogni volta emergono le stesse difficoltà: divisioni tra governi, dipendenze militari, interessi energetici divergenti e scarsa capacità di parlare con una sola voce. Se Washington tratta con Mosca, l’Europa non può limitarsi a osservare. Se gli Stati Uniti allentano le sanzioni, Bruxelles deve valutare le conseguenze. E se la Casa Bianca spinge Kiev verso un compromesso, gli europei devono chiedersi quale sicurezza sarà garantita all’Ucraina una volta raggiunto l’accordo.

Perché il rischio è evidente: che il futuro della sicurezza europea venga discusso soprattutto tra Washington e Mosca, mentre i Paesi direttamente coinvolti restano a inseguire decisioni prese altrove. È questa la contraddizione dell’Unione europea. Vuole contare sulla scena internazionale, ma continua a scoprire quanto sia difficile farlo quando cambia la linea della Casa Bianca.

Trump cambia le regole. E gli altri pagano il conto

Il metodo di Trump è quello del rovesciamento continuo. Una pressione su Zelensky, un’apertura a Putin, una nuova iniziativa diplomatica: ogni mossa modifica le aspettative e obbliga gli altri protagonisti a ricalcolare le proprie posizioni. È una tattica che può creare spazio per negoziare. Ma può anche disorientare gli alleati e rendere più difficile costruire una strategia comune. Il presidente americano punta a ottenere risultati, possibilmente rapidi e spendibili anche sul fronte interno. L’Europa, invece, deve fare i conti con le conseguenze di lungo periodo: la sicurezza del continente, la credibilità delle sanzioni e il futuro dell’Ucraina.

La domanda, dunque, non è soltanto se Trump riuscirà a fermare la guerra. È anche quale pace intenda costruire, quali garanzie saranno previste e chi dovrà sostenerne i costi. Perché un accordo può mettere fine ai combattimenti senza risolvere le cause del conflitto. E una tregua può rappresentare un passo avanti oppure soltanto una pausa prima di una nuova escalation.

Nel frattempo, l’Europa rischia di rimanere intrappolata tra la necessità di non rompere con Washington e quella di difendere i propri interessi strategici. Trump rimescola le carte. Ma Bruxelles non può continuare a giocare soltanto quelle che gli altri le mettono in mano.

Apostolos Apostolou, 12 ottobre 2026

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