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Cossiga, Moro, Andreotti. Conte bocciato in paradiso

In Paradiso si commenta il miracolo di Giuseppe Conte, anche perché, come disse Gesù ai discepoli: “Nessuno può servire due padroni, poiché si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”. Ne parlano alcuni ex notabili democristiani che si riuniscono attorno a Filippo Neri, il Santo più bizzarro della Chiesa, tanto da essere definito, per la sua cultura e simpatia, il “Giullare di Dio”.

“San Filippo, – esordisce Giulio Andreotti, come sempre il più puntuale – si è divertito a seguire le cronache italiane? In agosto, ai tempi miei, al massimo è capitato che scappasse il generale nazista Kappler dal Celio…”.

San Filippo: “Perché non ti convince? I tuoi amici del Vaticano dicono che si sta facendo in quattro per accreditarsi nelle sacre stanze, anche se sull’eutanasia, che tanto angoscia il Papa, si è comportato come Ponzio Pilato”.

“Sì, ma più che il Santo Padre, il Premier teme di dispiacere Zingaretti e la Boldrini”, chiosa Andreotti.

“A Giulio non piace “Giuseppi” – irrompe Francesco Cossiga mentre sperimenta in cuffia un nuovo collegamento 5G – perché sembra si tinga i capelli. Caro San Filippo, si faccia raccontare per quale ragione detesta i maschi che si tingono le chiome”.

Andreotti: “Vedo che continui ad amare i pettegolezzi! Come quando chiedevi al povero De Michelis se avesse avuto un flirtino con “Lady D”, per andare poi a spifferarlo alla tua amica Margareth Thatcher, a cui mandavi rose rosse”.

Cossiga: “Sei diventato geloso? Tu nel ’49, quando eri giovane sottosegretario agli spettacoli, avevi una passione per Anna Magnani e ti sei preso pure una sfuriata da donna Livia”.

Andreotti: “Ma che dici, la Magnani era bruttina ma appariscente. Comunque è vero, ho giurato che non mi sarei mai tinto i capelli dopo che, a dieci anni, sotto la canicola di luglio, durante una cerimonia a San Pietro vidi che sulla veste rosso porpora di un cardinale colava la tinta nero corvino”.

Come un piccolo fulmine, arriva su un sidecar Amintore Fanfani, il “Rieccolo” della politica italiana: “Basta gossip! La Pira, il nostro sindaco santo, non approverebbe. Inoltre, dobbiamo evitare qualsiasi accostamento tra la nostra Dc e questo signore che si definisce l’Avvocato degli italiani, e che, senza alcuna legittimazione elettorale, è capace di passare in un battibaleno da destra a sinistra. Se mi aveste mandato al Quirinale, io non l’avrei mai permesso”.

Cossiga: “Ancora quanto rancore, Amintore! Te lo dico per l’ennesima volta: al Quirinale non hanno mai messo cavalli di razza come te, ma solo ronzini come me…”.

Dalla penombra, rigorosamente vestito di scuro, con due dita di whisky in un bicchiere, interviene Aldo Moro: “Noi veniamo da una rigorosa scuola politica e dall’esperienza della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (Fuci), che non è neanche lontanamente paragonabile a Villa Nazareth, pur con tutta la nostra devozione per il suo dominus, il cardinale Silvestrini, che ci sta raggiungendo in Paradiso”.

“Comunque – riprende Fanfani – questo Conte, vista la pochezza degli uomini in circolazione, avrebbe dovuto fare come me”.

“Tu hai fatto molta confusione…”, bisbiglia Andreotti.

“Ancora con queste bischerate!”, ribatte Fanfani, “Dicevo che Conte avrebbe dovuto seguire il mio esempio: farsi nominare Segretario del Movimento Cinque Stelle, Premier e Ministro degli Esteri”.

“Però con i pieni poteri, come chiedeva Salvini per sé, ci si fa male. Anzi, ti fanno male, soprattutto dagli Stati Uniti – rintuzza il Divo – specie se non sei allineato con loro. E lo so bene io, con lo scherzetto che mi combinarono. Non ho mai capito se Cia o Fbi, ma ci sono voluti dieci anni per venirne fuori”.

“A proposito di complotti internazionali,” – interviene Cossiga scandendo le parole – “non capisco come l’attuale capo del Governo, che è più fissato di me su barbe finte e dossier, non si sia fatto dire cosa è successo davvero a Mosca, all’albergo Metropol. O forse lo sa, ed è per questo che in Parlamento ha usato toni così duri ed inusuali contro Salvini”.

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