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Covid, così è nato l’allarme catastrofista sulle nuove varianti

I nostri giornali hanno cavalcato le notizie arrivate dalla Cina. Ma Francesco Vaia conferma: “Nei tamponi i ceppi già conosciuti”

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Sebbene si dica da sempre che le balle abbiano le gambe corte, quelle sul Covid-19, almeno per buona parte dell’informazione nazionale, sembrano refrattarie a qualunque verifica imposta dalla realtà dei fatti. Tant’è che ad ogni notizia allarmante che viene amplificata dai nostri media, pare che quasi nessuno si prenda la briga di valutarne l’attendibilità, accreditandone implicitamente la totale fondatezza quando di fondato, come nel caso della presunta ecatombe in atto in Cina, c’è veramente ben poco.

Una ecatombe che sarebbe provocata da nuove e terrificanti varianti del Sars-Cov-2 e che, come volevasi dimostrare, nel tamponamento a tappeto che stiamo imponendo ai viaggiatori provenienti dal grande Paese asiatico non si sono viste neppure col binocolo. Lo conferma con un post su Facebook Francesco Vaia, direttore dello Spallanzani di Roma: “Cominciamo il nuovo anno con una buona notizia. Sono appena arrivati dal nostro laboratorio di Virologia i dati riguardanti i sequenziamenti sui primi tamponi dei cittadini positivi al Covid e provenienti dalla Cina. Confermiamo la presenza di varianti da noi già conosciute e attualmente coperte da farmaci e vaccini. Soprattutto da immunità ibrida.”

Ora, se fosse vero che in una ventina di giorni le stesse, “terrificanti” nuove varianti avessero infettato centinaia di milioni di persone, qualcuno dei nostri esperti del terrore virale potrebbe spiegarci per quale stranissimo caso del destino nessuno dei positivi giunti in Italia ne è portatore?
Sebbene siamo nel campo molto insidioso delle probabilità, tuttavia di fronte ad un numero colossale di infetti – qualcuno ha addirittura parlato di 350 milioni di casi -, saremmo stati fortunati alla millesima potenza se nessuno di costoro fosse entrato in Italia. Ma forse neppure il famoso Calandrino di Boccaccio riuscirebbe a bersi una simile panzana.

A questo punto qualcuno si domanderà da dove sia originata quest’ennesima ondata di paura virale sul Covid, che da circa tre anni fa parte della nostra già complicata esistenza quotidiana.

Da quel che si è potuto capire, tutto parte da una indiscrezione non verificata divulgata dalla CNN, la quale ha sparato la cifra di almeno 250 milioni di contagiati in Cina nei primi venti giorni di dicembre. Ciò, non confermato delle autorità di Pechino, sarebbe emerso in una riunione a porte chiuse del National Healt Commission – equivalente in Cina al nostro Comitato tecnico scientifico. Da qui, così come accaduto in Italia durante la primavera del 2020, in cui alcuni cervelloni stimavano, dopo le riaperture, 500 mila terapie intensive occupate entro pochi mesi, i soliti statistici del terrore hanno elaborato il classico calcolo matematico dei morti, basandosi sui contagi.

Un calcolo che già per la forma più cattiva del coronavirus il virologo Guido Silvestri aveva ritenuto del tutto destituito di fondamento. Egli, paragonando il virus ad un uomo che raccoglie mele senza una scala, disse che una volta presi i frutti dei rami più bassi, ossia le persone più suscettibili alla malattia grave, il virus-raccoglitore è costretto a fermarsi. In più, aggiunse, che una volta che una gran parte delle persone immunocompetenti si sono infettate, esse rappresentano una barriera difensiva anche per quelle più fragili. La sua collega Ilaria Capua, anch’essa operante negli States, definì “effetto semaforo” questo meccanismo che esiste da millenni nel rapporto tra uomo e virus.

Quindi, per sintetizzare il tutto, di fronte ad un virus endemico, ossia che circola indisturbato tra la popolazione, che attraverso il cosiddetto co-adattamento appare sempre meno aggressivo, seppur più contagioso – o almeno si presume che lo sia -, visto che il suo attuale tasso di letalità apparente appare più basso rispetto a quello influenzale, vorrei concludere il pezzo, rivolgendo una precisa domanda ai nostri maghi dell’informazione nazionale: ma di cosa stiamo parlando?

Claudio Romiti, 3 gennaio 2023