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Le origini del virus

Covid, nuovo mistero sulla Cina: “Accumulava mascherine da agosto 2019”

Lo scoop del Telegraph: cosa stava facendo la Cina prima di annunciare la circolazione del virus

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Se il pericolo pandemico è giunto ormai al termine, avendo superato qualsiasi forma di restrizione e confinamento; il dilemma sulle origini del virus continua ad infittirsi. Notizia principale di questa mattina è stata quella del quotidiano britannico, The Telegraph: “La Cina ha iniziato a limitare severamente le esportazioni di dispositivi di protezione individuale, mesi prima di notificare al mondo il Covid-19”. E ciò si configurerebbe come una dolosa omissione da parte del regime comunista di Xi Jinping, in un’ottica di strumentalizzazione politica del virus.

Omissioni cinesi

Si ricordi, infatti, come la comunicazione ufficiale di un agente pandemico, da Pechino all’Oms, sia avvenuta solo il 31 dicembre, quando era ormai conclamato che il virus circolava almeno da un mese. Ancora più gravi furono poi i buchi nell’acqua dell’Organizzazione Mondiale di Sanità, che dichiarò lo stato di “emergenza pandemica internazionale” solo a fine gennaio, quando molti Stati si apprestavano ad applicare le prime restrizioni.

Secondo il Telegraph, a sostegno delle omissioni cinesi, vi sarebbe anche il fortissimo calo di esportazione di camici e mascherine – per oltre il 50 per cento – dirette nei confronti degli Stati Uniti, tra agosto e settembre 2019. Guarda caso proprio nei confronti del principale avversario militare, causa il sostegno a Taiwan, e – ovviamente – economico, a livello globale.

Le responsabilità di Pechino

Se lo scoop del giornale britannico dovesse essere confermato nelle competenti sedi internazionali, ecco che verrebbe stravolta la versione di Xi, secondo cui il virus avrebbe avuto origine nel famoso mercato di Wuhan, con relativo salto di specie. E il Telegraph non ci va piano: “Molti esperti ora pensano che il Covid-19 sia trapelato da esperimenti condotti nel laboratorio di virologia di Wuhan, che stava studiando i coronavirus trasmessi dai pipistrelli”.

Il tutto è dimostrato anche dal fatto che il regime, durante la riduzione delle esportazioni dei dispositivi sanitari, ha rimosso i “database di sequenze genetiche del virus dei pipistrelli, che non è mai stato ripristinato”; limitando anche il lavoro degli esperti dell’Oms, i quali sin dall’inizio hanno potuto aver accesso solo alle informazioni che filtravano nelle stanze dei bottoni di Pechino.

Ma non finisce qui. Non appare neanche casuale che le prime restrizioni cinesi siano cominciate agli inizi di settembre 2019, ben tre mesi prima di riferire all’Oms un potenziale rischio epidemico. Insomma, stiamo parlando di chiare e dolose omissioni, la cui assenza avrebbe potenzialmente salvato migliaia di vite in tutto il mondo.

Nel frattempo, in un’ottica di politica da Covid zero, Pechino sta ancora applicando selezionati lockdown, laddove si rinvenga anche un solo caso di contagio, indipendentemente dal fatto che si tratti di un sintomatico, paucisintomatico o, addirittura, asintomatico. Il virus ha offerto un nuovo mezzo di controllo sociale per la dittatura comunista del Dragone. E pensare che qualcuno, qui in Europa ed in Italia, tesseva le lodi al famigerato “modello cinese”.

Matteo Milanesi, 9 ottobre 2022