Massimo D’Alema torna sulla caduta del primo governo di Romano Prodi e respinge la tesi di un complotto orchestrato da lui. Nel podcast Sette Vite, l’ex presidente del Consiglio ricostruisce la crisi indicando il punto di partenza nella decisione di Rifondazione comunista di sottrarsi alla maggioranza. Nel suo racconto, il ruolo che rivendica è quello di chi cercò una soluzione per tenere in piedi l’esecutivo, attraverso una trattativa con Francesco Cossiga.
D’Alema racconta di una difficile opera di convincimento, al termine della quale Cossiga si sarebbe dichiarato disponibile a votare la fiducia, ponendo però una condizione: Prodi avrebbe dovuto chiedere quel sostegno. Sarebbe bastato, spiega l’ex premier, un appello ai parlamentari che avevano già votato a favore del Documento di programmazione economica e finanziaria. Un riferimento che avrebbe consentito anche all’area di Cossiga di riconoscersi nella richiesta e sostenere il governo.
Per rendere possibile quel passaggio, D’Alema riferisce di aver informato Luciano Violante, allora presidente della Camera, della necessità di una breve replica di Prodi al termine del dibattito. Secondo la sua ricostruzione, Prodi rifiutò e il governo cadde. È su questo punto che l’ex premier contesta la responsabilità attribuitagli e definisce l’epilogo un «autocomplotto»: una crisi che, nella sua lettura, si sarebbe potuta affrontare diversamente cogliendo la disponibilità di Cossiga.
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