Cronaca

“È arrivato dal Marocco”. E al baby maranza paghiamo pure l’aula “privata”

La preside: "Non può stare in classe". Il paradosso dell'integrazione a Milano

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Ha appena undici anni, ma nel quartiere lo conoscono praticamente tutti. Picchia i coetanei, sfida gli adulti, scorrazza sul monopattino tra le automobili e a scuola è diventato un caso talmente difficile da gestire che gli insegnanti hanno dovuto organizzare persino un’aula separata, con lezioni individuali. Un progetto “one to one”, pensato appositamente per lui. Eppure non è bastato. Perché il piccolo maranza Yousef, nome di fantasia utilizzato per tutelare il minore, è lo stesso ragazzino immortalato nei video dei saccheggi che hanno sconvolto Milano nel fine settimana. Quello che usciva da un negozio devastato con una serie di cinture firmate al collo. Undici anni appena, ma già protagonista delle immagini simbolo della guerriglia urbana.

A ricostruire la sua storia è Repubblica, con un reportage firmato da Brunella Giovara che racconta una realtà difficile, fatta di problemi familiari, comportamenti aggressivi e tentativi di recupero finora insufficienti. Una storia che dovrebbe far riflettere anche quanti continuano a considerare un tabù qualsiasi proposta per regolamentare la presenza degli studenti stranieri nelle classi.

Siamo alla Barona, periferia sud di Milano. Qui Yousef, arrivato dal Marocco quando aveva otto anni, è diventato una specie di celebrità. Non certo per meriti scolastici. “È uno che picchia”, racconta a Rep un ragazzino bosniaco che abita nelle case Aler di via Ovada. E aggiunge: “A me, mi ha menato un sacco di volte”. Un edicolante di piazza Miani conferma la sua fama: “Lo conosciamo tutti molto bene, è un provocatore. Ti guarda con quello sguardo di sfida…”.

Il ritratto che emerge dalle testimonianze dei coetanei è impietoso. “Menava forte, anche alle elementari”, ricorda un compagno di scuola. Un’altra ragazzina, Fatima, anche lei di origine marocchina, prova a descriverne le contraddizioni: “È un bambino cattivo, è vero”. Ma anche “simpatico” e “solare”, con un bellissimo sorriso. Poi arriva al punto: “Ma è un bambino difficile. È selvaggio, ecco”. E soprattutto: “È abbandonato a se stesso, pur avendo una famiglia”.

Non mancano le distinzioni, tutt’altro che secondarie, fatte proprio dagli altri figli di immigrati. Un compagno di origine marocchina tiene a precisare che la sua è una famiglia di “gente perbene”. E aggiunge: “I miei sono lavoratori, i suoi no”. Suo padre fa il muratore, lui sogna l’università. E davanti ai comportamenti di Yousef sbotta: “Gente così ci fa fare brutta figura nel mondo”. Parole che raccontano anche la frustrazione di chi cerca di costruirsi un futuro rispettando le regole e non vuole essere accomunato a chi le calpesta.

Ma il passaggio più clamoroso del reportage riguarda la scuola. Yousef frequenta la seconda media all’istituto comprensivo Ilaria Alpi, dove la dirigente Roberta Bellino e la vicepreside Caterina Soresina Stoppani raccontano gli sforzi compiuti per cercare di recuperarlo. “È un ragazzo con fragilità importanti, su cui abbiamo investito tutte le nostre forze”, spiegano. E ancora: “Abbiamo fatto un programma ad hoc, su misura“.

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Fin qui si potrebbe pensare a un percorso di sostegno come tanti. Invece no. Perché, stando alle parole della dirigente riportate da Repubblica, “Yousef non può stare in classe, dato il suo carattere”. E così la scuola ha dovuto adottare una soluzione eccezionale: “Fin dalla prima media ha un trattamento speciale: un progetto ‘one to one’, con gli insegnanti che gli fanno lezione in un’altra aula”.

Avete letto bene. Per cercare di integrarlo, recuperare le lacune e insegnargli anche l’italiano, è stato necessario predisporre un percorso individuale, lontano dai compagni. Mentre gli altri studenti seguono le lezioni nelle rispettive classi, per lui è stato organizzato un trattamento personalizzato. Uno sforzo enorme da parte degli insegnanti, costretti a fare i conti con una situazione che evidentemente supera la normale gestione scolastica. E non si tratta nemmeno di una scuola travolta da centinaia di casi analoghi. Su circa 500 alunni delle medie, spiegano le dirigenti, le situazioni di questo tipo sono appena due. Una sarebbe in via di recupero: “Ma con Yousef è più difficile. È un ragazzino estremamente fragile”.

C’è poi un altro particolare che lascia interdetti. La scuola, sempre secondo quanto raccontato a Repubblica, avrebbe segnalato più volte la situazione ai servizi sociali, senza ottenere risposte: “Ma non abbiamo mai avuto riscontri”. Anche i contatti con il padre, descritto come disponibile a parole, non avrebbero prodotto risultati sufficienti. E così gli insegnanti si sono ritrovati sostanzialmente soli.

Nel frattempo Yousef è finito nei video dei saccheggi milanesi, con le cinture al collo e l’atteggiamento di chi sembra considerare una bravata il saccheggio di un negozio. I carabinieri lo hanno identificato, ma a undici anni non è penalmente imputabile.

E qui la questione diventa inevitabilmente anche politica. Perché mentre le scuole devono inventarsi percorsi individuali per gestire situazioni di estrema difficoltà, c’è ancora chi considera scandalosa persino l’idea di fissare un tetto alla presenza degli alunni stranieri appena arrivati. Il governo ha introdotto un limite del 30%, applicabile dal 2027/2028 a determinate categorie di studenti con cittadinanza non italiana e percorsi scolastici insufficienti in Italia. Un provvedimento pensato per favorire una distribuzione più equilibrata e facilitare l’integrazione.

Naturalmente il caso di Yousef non dimostra che siano le percentuali di alunni stranieri a provocare simili comportamenti. Il ragazzino, peraltro, risulta cittadino italiano e quel limite non lo riguarderebbe. Ma racconta quanto possa essere complesso l’inserimento scolastico quando alle difficoltà linguistiche si sommano problemi educativi e familiari. E quanto sia superficiale liquidare come discriminatoria qualsiasi misura pensata per governare meglio questi fenomeni. L’integrazione non si realizza per decreto, né può essere scaricata interamente sulle spalle degli insegnanti.

Resta infine l’amarezza della preside, che dopo aver visto i video ha incontrato i compagni di classe di Yousef. “Ho detto ai ragazzi che bisogna distinguere tra bene e male. E che rubare è male. Mi voglio illudere, ma penso che tutti abbiano capito”. E alla domanda se per quell’undicenne ci sia ancora una possibilità di recupero, la risposta è disarmante: “Io spero di no”, riferendosi all’ipotesi che sia ormai perso.

Una speranza legittima. Ma dopo anni di problemi, segnalazioni senza riscontro, insegnanti mobilitati e persino lezioni in un’aula separata, è difficile accontentarsi della sola speranza. Perché l’integrazione non può diventare una parola magica dietro la quale nascondere ogni fallimento. E soprattutto non può significare lasciare sole le scuole, pretendendo che risolvano problemi che famiglie e istituzioni non sono riuscite ad affrontare.

Massimo Balsamo, 22 ottobre 2026

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