Cronaca

Dalle piazze alla colletta: ora i pro-Pal raccolgono soldi per Siher

La raccolta fondi sfiora i 20 mila euro. Nel mirino finiscono ancora una volta il governo e la stampa

Youssef Siher (foto da facebook)
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Prima la scarcerazione, adesso la raccolta fondi. Youssef Siher e la moglie Sagia Hammoud battono cassa, chiamando a raccolta sostenitori e simpatizzanti per affrontare le spese legali legate all’inchiesta che li vede indagati. L’iniziativa, rilanciata sui social dai Giovani palestinesi Milano, ha già superato quota 18 mila euro, avvicinandosi rapidamente all’obiettivo fissato a 20 mila. E nella richiesta di denaro non manca il consueto attacco al governo e ai mezzi d’informazione, accusati di aver orchestrato una campagna di delegittimazione contro la coppia.

La vicenda è quella del Movimento 17 ottobre, nato all’indomani delle violenze che hanno messo a ferro e fuoco Milano tra il 17 e il 18 ottobre. Siher, ricercatore trentenne di origini marocchine, era stato fermato il 24 ottobre nell’ambito di un’indagine della Procura milanese. Le contestazioni riguardavano l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Al centro degli accertamenti, i canali Telegram e Instagram del movimento, amministrati secondo gli investigatori insieme alla moglie, e alcuni messaggi ritenuti funzionali a organizzare nuove mobilitazioni. Tra i materiali esaminati figurava anche un manuale con indicazioni sulle tecniche di protesta.

Il 28 ottobre, però, la gip Tiziana Landoni ha disposto la scarcerazione, non convalidando il fermo e ritenendo insussistenti, allo stato degli atti, i gravi indizi necessari per applicare una misura cautelare. Secondo la giudice, i contenuti esaminati erano riconducibili a forme di protesta e disobbedienza civile, non a un progetto terroristico. Una decisione che ha acceso lo scontro politico, ma che non ha chiuso l’inchiesta.

Ed eccoci alla colletta. La raccolta, gestita direttamente dalle famiglie, punta a finanziare avvocati, consulenze tecniche, periti e costi del procedimento. Ma nelle intenzioni dei promotori c’è anche la volontà di reagire all'”infame gogna mediatica” che avrebbe colpito i due. Insomma, non soltanto una richiesta di solidarietà economica, ma anche un’iniziativa che assume inevitabilmente una dimensione politica.

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Il messaggio diffuso sui social non lascia spazio a interpretazioni: “Il governo si ostina a voler creare dei mostri e trovare dei capri espiatori per non fare i conti con il proprio fallimento”. Seguono le accuse all’esecutivo, reo di finanziare guerre a discapito di salari, istruzione e sanità, e l’invito a continuare a scendere in piazza. Il tutto accompagnato dall’immancabile slogan: “Libere tutte, liberi tutti”.

Sia chiaro: sostenere economicamente le spese legali di due indagati è perfettamente legittimo. Resta però il dato politico: mentre la magistratura deve ancora fare piena luce sulla vicenda, la mobilitazione si è già trasformata in una raccolta di denaro, accompagnata da accuse al governo e alla stampa. E il contatore delle donazioni continua a salire.

Massimo Balsamo, 4 novembre 2026

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