C’è un curioso paradosso nell’operazione con cui Leonardo Maria Del Vecchio si prepara a entrare nel capitale del Fatto Quotidiano: uno degli imprenditori finiti nel mirino della linea editoriale del giornale potrebbe diventare proprio colui che ne garantisce la sopravvivenza. Lmdv Media, società riconducibile al family office Lmdv Capital, ha infatti avviato i preparativi per un’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria, con l’obiettivo di ritirare dalla Borsa la Società Editoriale Il Fatto (Seif).
Il consiglio di amministrazione ha autorizzato una due diligence sui conti e sulle prospettive finanziarie dell’editore. In caso di esito positivo, l’offerta sarebbe pari a 0,286 euro per azione, per un controvalore complessivo di circa 7,15 milioni di euro. Il prezzo incorpora un premio del 30% rispetto alla quotazione del 23 ottobre e del 16,85% sulla media dei sei mesi precedenti.
I fondatori, però, hanno già alzato le barricate. Antonio Padellaro, Cinzia Monteverdi, Francesco Aliberti, Peter Gomez, Marco Travaglio, Marco Lillo e Luca d’Aprile, che rappresentano la maggioranza del capitale, hanno comunicato di «non essere interessati a cedere la propria quota» e di non voler aderire a un’eventuale Opa.
I conti in rosso e la continuità aziendale a rischio
Dietro la partita azionaria c’è una questione molto concreta: la tenuta economica dell’editore. Seif ha chiuso il 2025 con perdite per quasi 2,6 milioni di euro e nei primi sei mesi del 2026 ha registrato un rosso di 283mila euro, a fronte di ricavi superiori a 19 milioni. Non sono soltanto i risultati a preoccupare. I revisori di Kpmg hanno richiamato l’attenzione sull’incertezza significativa relativa alla continuità aziendale. A complicare il quadro c’è anche la causa per danni da 250 milioni di dollari promossa dall’imprenditore Giuseppe Cipriani, in seguito agli articoli del giornale sulla vicenda della grazia a Nicole Minetti. Una controversia il cui esito non è scontato, ma che rappresenta un elemento di rischio da considerare nella valutazione della società.
È proprio qui che si misura la portata dell’iniziativa di Del Vecchio. Lmdv Media vuole esaminare insieme al management il fabbisogno operativo e finanziario dei prossimi 24 mesi, per capire se, sulla base delle prime stime, siano sufficienti risorse aggiuntive non superiori a 4 milioni di euro per sostenere la continuità aziendale ed editoriale. Una cifra che, se confermata, ridimensionerebbe il costo immediato del possibile salvataggio rispetto al valore complessivo dell’offerta. Ma la verifica è ancora da fare: bisognerà capire quali siano le reali necessità di cassa e quanto pesino le passività e i rischi legali. Prima delle battaglie ideologiche, insomma, vengono i bilanci.
Il giornale che combatte gli imprenditori
Il cortocircuito è soprattutto politico ed editoriale. Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio si è costruito una riconoscibilità precisa: il giustizialismo, la centralità delle inchieste giudiziarie e una polemica quasi permanente contro gran parte del sistema politico ed economico. Una linea che spesso finisce per sovrapporre la critica legittima al potere alla diffidenza verso chiunque provi a trasformare il Paese attraverso investimenti, infrastrutture e riforme.
Il giornale è tuttora una tribuna per le posizioni di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle, oltre che un avversario tenace di Silvio Berlusconi e, più recentemente, del governo di Giorgia Meloni. Nel suo campo visivo entrano regolarmente anche Matteo Renzi, il nucleare, la Tav e il Ponte sullo Stretto. Progetti e personaggi molto diversi tra loro, ma accomunati dalla capacità di suscitare la contrarietà di una testata che sembra trovare più facilmente un terreno comune nella contestazione che nel sostegno a un’agenda riformista o sviluppista.
In questo senso, il Fatto è diventato una sorta di incrocio tra gazzetta delle procure, megafono del mondo contiano e giornale del no. Una definizione polemica, certo, ma che sintetizza una linea editoriale riconoscibile: l’attenzione alle vicende giudiziarie, la vicinanza alle posizioni dell’ex presidente del Consiglio e l’opposizione a una parte consistente delle iniziative che puntano a modernizzare il sistema produttivo e infrastrutturale italiano.
Il problema è che un giornale può vivere di battaglie politiche, ma una società editoriale deve anche pagare stipendi, sostenere investimenti digitali e assicurare ricavi sufficienti. L’indipendenza non si difende soltanto con gli editoriali: servono anche conti in ordine, capacità di innovazione e una struttura finanziaria solida.
Del Vecchio non vuole cambiare la linea editoriale
Lmdv Media sostiene che l’operazione non sia pensata per stravolgere l’identità della testata. L’obiettivo dichiarato è «consentire l’integrazione nel gruppo Lmdv del know-how e dei risultati conseguiti dall’emittente nell’innovazione digitale e tecnologica relativa in particolare ai prodotti editoriali e ai contenuti multimediali di natura digitale». L’offerta, aggiunge la società, sarebbe funzionale «al perseguimento della crescita e al rafforzamento di Seif nonché al mantenimento della relativa linea editoriale».
Parole che meritano di essere prese sul serio, senza confondere l’interesse industriale con una presunta operazione di conquista politica. Del Vecchio ha già investito nell’informazione: Lmdv ha acquisito l’80% di Editoriale Nazionale, che controlla Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e Qn, e detiene anche una partecipazione del 30% nel Giornale.
L’eventuale ingresso nel Fatto si inserirebbe dunque in una strategia di costruzione di un polo editoriale, con attenzione al giornalismo d’inchiesta e alla trasformazione digitale. L’imprenditore ha avuto attriti con la testata, anche dopo un articolo che riprendeva un’inchiesta del New York Times su presunti dossier relativi alla sua ex compagna. Ma ridurre l’operazione a una vendetta personale sarebbe una lettura semplicistica, almeno sulla base degli elementi disponibili.
La soglia dell’82,9% e il muro dei fondatori
Resta un ostacolo tutt’altro che marginale. Lo statuto di Seif prevede un limite al possesso azionario del 17%, introdotto per impedire che un singolo socio possa assumere il controllo. Per superarlo, l’offerta dovrebbe raggiungere adesioni tali da rendere inoperante quel vincolo: Lmdv indica una partecipazione complessiva almeno pari all’82,9% del capitale votante.
Con i principali azionisti contrari alla vendita, il percorso appare complicato. Il flottante sul mercato supera di poco il 40%, ma non basta considerare le azioni disponibili in Borsa: per completare l’operazione occorrerebbe fare i conti anche con gli equilibri proprietari e con le condizioni previste dall’offerta. La due diligence servirà quindi a capire non soltanto se i conti siano recuperabili, ma anche se esistano le condizioni per un’operazione concretamente realizzabile.
La vicenda mette infine in luce una contraddizione più generale. Il mercato che una certa cultura politica guarda con sospetto può diventare indispensabile quando un’impresa ha bisogno di capitali. E un investitore può essere criticato per anni da una testata e ritrovarsi, a un certo punto, nella posizione di chi può contribuire a garantirne il futuro.
Se Del Vecchio deciderà di procedere e riuscirà a trovare un accordo con gli azionisti, la prova sarà duplice: risanare un editore in difficoltà e dimostrare che l’investimento può convivere con una linea giornalistica autonoma. Se invece l’operazione si fermerà davanti al muro dei fondatori, resterà una domanda: quanto può durare l’indipendenza editoriale quando la sostenibilità economica diventa il problema più urgente?
Enrico Foscarini, 26 ottobre 2026
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