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Di chi è ostaggio Beppe Grillo?

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Ma per chi gioca Beppe Grillo? Sia quando si trucca da Joker (e chi ha visto al cinema l’opera di Todd Phillips con Joaquin Phoenix sa che si tratta di una maschera tragica e disperata, oltre che assassina, nello svolgimento del film), sia quando si mostra falsamente paterno con un Di Maio che invece – politicamente – detesta da mesi, il comico trasmette la potente sensazione di non dire la verità, di non volerla o di non poterla dire.

Tanto era vero (magari brutale, detestabile, rozzo: ma certamente vero, autentico, comprensibile) il “vaffanculo” delle origini, tanto suona falso il suo modo di esprimersi di oggi. Volutamente attorcigliato, confuso, affannoso, con richiami irrazionali al “caso” e all’”entropia”: Grillo ha i contorni dell’uomo che non vuole o non può più spiegarsi.

Non spiega perché – ad agosto – abbia scelto il Pd che dichiarava di detestare. Non spiega perché entri ed esca dall’ambasciata cinese. Non spiega perché resti attaccato a un’esperienza di governo che sta distruggendo elettoralmente la sua creatura. Non spiega perché da mesi abbia spostato il suo movimento su posizioni di diligente e assoluta soggezione al mainstream europeista di Bruxelles.

Urla, ride, straparla, si agita: ma lo fa per nascondere, per non dire, per non spiegare.

Occorrerà tempo, e la distensione di un’analisi che solo gli storici potranno compiere, a suo tempo (e, da storici, appunto, dovranno farlo sine ira et studio: cioè con freddezza e serenità di analisi). Ma sarà necessario capire con chi si sia confrontato Grillo, fuori dall’Italia, in tutti questi anni. Chi – da fuori – abbia puntato le sue fiches  su un movimento prima di scomposizione e poi di ricomposizione del quadro politico. Chi – in Italia – sia stato un po’ soggetto e un po’ oggetto, un po’ attore e un po’ “agìto”, un po’ parlante e un po’ “parlato” (avrebbe detto Carmelo Bene) di tutta questa operazione.