Esteri

Dietro le quinte del potere: la strategia nascosta di Trump e Rubio

Un gioco di ruoli che mette sotto pressione gli avversari e ridefinisce i rapporti di forza

Dietro le quinte del potere:La strategia nascosta di Trump e Rubio Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI

Se siete tra quelli che considerano le esternazioni, seguite dalle azioni, del Presidente Trump come un qualcosa posto in essere da un matto da legare, da un uomo bipolare, allora questo articolo non fa per voi.

Allo stesso tempo, se credete che la Repubblica Islamica dell’Iran sia uno stato pacifico e pacifista, in cui i diritti civili, anche quelli più elementari, sono garantiti, e che pur galleggiando su un oceano di petrolio abbia necessità dell’energia nucleare per scopi civili, allora andate oltre.

Viceversa, se credete che la diplomazia sia una forma di arte, seppur dell’inganno o, per dirla come Roberto Gervaso: “l’arte di fingere di non fingere”, e che nulla si improvvisi o venga lasciato al caso, allora potete continuare questa lettura.

Marco Rubio, repubblicano della Florida, “falco” della politica estera e potente Segretario di Stato – tant’è che pur non essendo tra i primi posti nell’ordine delle cariche pubbliche federali, per molti è senza dubbio il numero tre nel panorama del potere a stelle e strisce, dopo il Presidente Trump ed il Vice J.D. Vance – ha incontrato Papa Leone XIV ed il suo omologo in Vaticano, il Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin.

Quello che ha fatto sobbalzare gli analisti è stato il nuovo attacco di Donald Trump a Papa Leone XIV, il secondo in poche settimane, proprio alla vigilia del viaggio di Marco Rubio, tant’è che molti hanno gridato all’ennesima gaffe del Presidente USA o, peggio, al voler mettere scientemente in difficoltà proprio il capo della sua diplomazia. Ovviamente, per chi scrive, non è così.

Donald Trump e Marco Rubio sembrano muoversi in perfetta sintonia, seguendo un copione ben definito che, nel linguaggio diplomatico, è noto come strategia del “good cop/bad cop” — il poliziotto buono e il poliziotto cattivo. Questo approccio punta a destabilizzare l’interlocutore: inizialmente viene messo sotto pressione da toni duri, se non apertamente minacciosi, incarnati dal “poliziotto cattivo” (Trump), per poi essere avvicinato da una posizione più conciliante e rassicurante, rappresentata dal “poliziotto buono” (Rubio).

In questo modo, proposte che in condizioni normali verrebbero respinte o accettate solo in parte finiscono per apparire ragionevoli o addirittura vantaggiose, inducendo la controparte — spesso più debole — a credere di aver raggiunto un accordo soddisfacente rispetto alle premesse iniziali, decisamente più dure.

Questa politica, che oramai è standard, viene applicata anche a Papa Leone, reo di aver criticato apertamente l’operato del 47° Presidente degli Stati Uniti, con l’aggravante di essere anch’egli americano, e che non ha lesinato stoccate in più occasioni, ovviamente sempre in maniera colta e misurata come si conviene ad un Papa.

Prevost ha infatti criticato più e più volte l’Amministrazione Trump, soprattutto a proposito di alcune decisioni del Presidente in materia di politica estera e di immigrazione, tant’è che aveva definito il trattamento delle persone immigrate negli Stati Uniti “disumano”.  Oltre ad interventi molto critici sulla gestione della guerra Russo/Ucraina, su Cuba, sul non aderire al Board of Peace per la Striscia di Gaza ed infine, peccato mortale, aver criticato Trump che aveva parlato di voler annientare l’intera civiltà iraniana (iperbole) definendo questa minaccia “veramente non accettabile”.

Insomma, si profila questo presunto “tradimento” del Papa americano nei confronti di chi — a suo dire — si sarebbe speso molto per la sua elezione nel Conclave del 7 e 8 maggio 2025: una coincidenza quantomeno singolare (o forse tutt’altro che casuale), dato che le date combaciano perfettamente con la visita del Segretario di Stato statunitense.

Che Donald Trump e Marco Rubio agiscano in modo coordinato, secondo lo schema descritto, è apparso evidente in diverse occasioni: dalla questione del Canale di Panama alle politiche di rimpatrio dei migranti irregolari dagli Stati Uniti, dal dossier Venezuela alla complessa partita della Striscia di Gaza, dall’affaire Groenlandia — per la quale Trump non ha escluso neppure l’uso della forza — fino alla gestione dei rapporti con la Cina e alle tensioni con l’Iran.

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In tutte le occasioni, a fronte di attacchi apparentemente grossolani di Trump, ha fatto seguito la diplomazia più morbida nei toni ma altrettanto ferma di Rubio, che sta cercando di portare all’incasso quanti più successi possibile, per potersi lanciare da protagonista alla prossima corsa alla Casa Bianca del 2028.

Sergio De Santis, COL. (RIS.) della Guardia di Finanza, 7 maggio 2026

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