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Dimissioni a Cinque Stelle: il caso di Debora Billi

Amo leggere le lettere di licenziamento e di dimissioni. Lì si vede, in filigrana, lo spessore delle persone coinvolte, e la loro capacità di metabolizzare la sconfitta. Solo a quel punto ti  puoi mettere alla tastiera, spogliarti, e scrivere, scrivere. La scrittura è meglio dello psicanalista, lei non tradisce, mai.

La lettera più bella che ho scritto fu quella al mio Presidente Gianni Agnelli, quando Fiat mi licenziò. In realtà, non fu un licenziamento classico, ma un invito a guardare la carta d’identità dove risultava che, in effetti, avevo 60 anni. Quindi dovevo rispettare la Legge e l’Inps. La motivazione vera me la diede, in amicizia, Umberto Agnelli. Mi disse: Non possono mandare una lettera di licenziamento motivandola con “per eccesso di successo”. In effetti avevano ragione loro, si trovarono sul crinale della razionalità, non volevano licenziare il manager, verso il quale c’era, anzi, grande rispetto e riconoscenza, ma l’uomo, la sua indipendenza intellettuale, non più compatibile con il tabernacolo aziendale.

Ci misi un paio di settimane a metabolizzare il fatto, poi capii che la loro scelta era stata un atto a mio favore. Mi avevano dato l’opportunità di cambiare vita, regalandomi a piene mani autostima (ci campo tuttora). Scrissi al Presidente articolando e contestualizzando i ringraziamenti: ero io che ringraziavo loro per aver tagliato questo cordone ombelicale che ci portavamo dietro da 42 anni. I consiglieri del Principe non capirono, pensarono a un’irrisione, così lui non rispose. Sbagliarono, come tutte gli staff erano ottusamente programmati a non ragionare fuori dagli schemi.

Per me fu subito una seconda vita, una vita meravigliosa, che dura tuttora, neppure il Cancro è riuscito (per quanto non so) a penalizzarla. Da un lato, rifiutando un ricco patto di non concorrenza (pur sapendo che mai avrei lavorato per la concorrenza), fui libero di “monetizzare” professionalmente questa mia storia di successo, dall’altro decisi che avrei cercato di imparare più cose possibili su come sarebbe evoluto il mondo. Riflessioni pregiate da lasciare ai miei nipotini, visto che ero vissuto tanti anni nella stanza dove, curiosamente, c’erano più bottoni che idee. E capii che le stanze dei bottoni di costoro sono tutte così, dimesse, miserabili, perché prive di intelligenza sociale. Scelsi invece di mettermi a disposizione, culturalmente, dei miei connazionali per far loro capire come funzionava il modello economico, politico, culturale che stava nascendo; molti anni dopo l’avrei chiamato Ceo capitalism. Divenni via via una persona più buona, più colta, più ironica. Il licenziamento mi aveva migliorato, molto. E lo dovevo a loro.

L’altro giorno sfogliando Twitter ho trovato la lettera di dimissioni di una collega che non conoscevo, Debora Billi. Leggo “capitana storica della comunicazione web dei 5 Stelle”. Mi è piaciuta molto. Si capisce che è stata scritta di getto, se l’avesse fatto fra un mese probabilmente avrebbe metabolizzato in modo diverso il dolore. Di certo, riflettendo, forse non avrebbe scritto la frase chiave della lettera: “Oggi mi allineo a tanti altri amici e dico addio al Movimento. L’obbrobrio che si è consumato nel Palazzo ha superato in nefandezze il golpe del 2011 e la mano che ha riconsegnato il mio Paese ai carnefici della Grecia stavolta porta il nome del M5S. Ho dato il mio ultimo Oxi (No) a Rousseau”. E poi chiude: “Non devo più fedeltà a nessuno, Gianroberto è morto, ma mi piace pensare che avrebbe approvato”.

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9 Commenti

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  1. Devo dire che per fortuna qualcuno ha ancora ideali, ero convinto che nessuno ne avesse ancora. Io ho fatto volontariato in una associazione animalista (la più conosciuta e vecchia in Italia), credevo ed avevo un ideale, mi piaceva sognare di riuscire (nel mio piccolo) a cambiare alcune cose. Poi mi sono scontrato con la dura realtà, Ho pensato che certe persone per interesse (soldi o poltrone) possono permettersi di fare qualsiasi cosa calpestando tutti senza vergogna. Ci ho messo un po di tempo a metabolizzare tutto ma poi sono riuscito a capire che certe persone non valgono nemmeno un secondo del mio tempo. Forza Debora, gli idealisti per fortuna esistono ancora.

  2. Caro Riccardo,
    non scendo nei dettagli sull’età (e neanche sullo status, per carità di Patria), ma sono e resto una blogger oltre che una “comunicatrice per caso”: so quindi benissimo cosa stavo scrivendo, e non è nelle corde di un blogger lasciare nella penna certe locuzioni che infastidiscono lorsignori.
    Quanto ad Hotel California, se hai letto bene il mio post avrai visto che l’ho citato come metafora dell’Europa. Siamo in sintonia, insomma.
    Un caro saluto, grazie per il tuo commento. Debora

  3. Ebbi fortuna, cminciai a leggere mplto presto con La Scala D’Oro, e giá le radunate del sa ato fascista mi erano contrarie ma la sveglia venne quando mio padre ritornó dall¡Albania e ci raccontó la disperazione degli alpini aggrappati alle fredde montagne in divisa estiva condannati dall’assenza di un porto adequato per rifornire un esercito. Tutto crolló, capii che si stava in mano di un incapace, ma la vera separazione dal gregge fu quando ridiedi il mio bracciale tricolore al partito socialista ormai dedicato solo alla lotta per impossessarsi degli edifici fascisti prima che lo facessero i comunisti . Divenni un individuo che non puó soffrire di far parte di un gruppo qualsiasi, politico o religioso, e che per un senso di dignitá entró in quella che Paine chiamó ” he Age of Reason”.

  4. Debora Billi è libera, ma il paese non è vinto. Le bugie, anche se sinistre ed a 5 Stelle, hanno sempre le gambe corte. In bocca al lupo Debora, è appena iniziata la tua sfida il paese ha bisogno di gente come te.

  5. Un semplice, forse scontato ed un po’ banale commento , che intende presentare la mia stima ad una Signora (in tutti i sensi):
    Paola TAVERNA sta a Debora BILLI come una notte di tempesta sta ad una splendida giornata di sole.

    Gli ideali delle persone, se genuini, vanno sempre rispettati. Quelli dei voltagabbana per interesse mai.

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