Esteri

“Discrimina gli arabi”. La sinistra vuole abolire l’apologia di terrorismo

Si riaccende lo scontro sull’immigrazione e sulla legge che punisce chi propaganda azioni terroristiche

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Alle università estive de La France insoumise, nei pressi di Valence in Francia, il tema della repressione della solidarietà con la Palestina è diventato come al solito l’occasione per rilanciare una battaglia che LFI porta avanti da tempo: quella contro il reato di apologia del terrorismo. La tavola rotonda, organizzata dalla cocca di Jean-Luc Mélenchon, l’eurodeputata Rima Hassan e intitolata «Criminalisation et répression du mouvement de solidarité avec la Palestine», ha avuto come ospite Salah Hamouri, avvocato ed ex membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), organizzazione designata terroristica dall’Unione europea. Hamouri è stato condannato in Israele per un progetto di attentato contro il rabbino Ovadia Yosef.

Nel corso dell’incontro sono state pronunciate parole durissime nei confronti dei cittadini franco-israeliani che prestano servizio nelle forze armate israeliane. Secondo quanto riportato, Hamouri ha sostenuto che questi soldati «non hanno il loro posto tra noi» e che il loro posto sarebbe «in prigione», invitando inoltre a raccogliere testimonianze e a perseguirli. E qui si arriva al punto politico. Durante la tavola rotonda è stata rilanciata anche la richiesta di abrogare il reato di apologia del terrorismo, sostenendo addirittura che la norma limiti la libertà d’espressione e colpisca in modo sproporzionato attivisti, oppositori politici e minoranze, in particolare gli arabi e i neri.

Non è la prima volta che LFI rilancia questo tema. Lo aveva fatto in una proposta parlamentare nel novembre 2024. Il 19 novembre di quell’anno il deputato Ugo Bernalicis, insieme a numerosi colleghi del gruppo La France insoumise-Nouveau Front populaire, depositò alla Camera francese la proposta di legge n. 577, esplicitamente finalizzata ad abrogare dal codice penale il reato di apologia del terrorismo.

La stessa LFI, nei propri documenti politici, ha poi rivendicato quella iniziativa sostenendo che il reato fosse utilizzato in maniera «intempestiva e abusiva» e proponendo di eliminarlo dal codice penale per ricondurlo nell’ambito del diritto della stampa. Insomma, il filo è evidente: nel 2024 una proposta di legge per cancellare il reato dal codice penale; nel 2026 una nuova iniziativa pubblica nella quale esponenti dell’area insoumise tornano a chiedere l’abrogazione di quel medesimo strumento per proteggere categorie socia

Nel frattempo, proprio Rima Hassan è finita al centro di un procedimento per apologia del terrorismo. Nel 2026 la procura di Parigi ha annunciato che l’eurodeputata sarebbe stata giudicata per un contenuto pubblicato online; LFI ha definito la vicenda una forma di criminalizzazione della solidarietà con la Palestina. È dunque difficile considerare la questione come una semplice disputa tecnica sul codice penale. Per LFI è diventata una vera battaglia politica e culturale: il punto è stabilire dove finisca la libertà di espressione e dove cominci la responsabilità penale per la giustificazione o la glorificazione del terrorismo.

Ed è proprio qui che il dibattito dovrebbe diventare serio. Si può discutere, e legittimamente, dell’opportunità di modificare una norma, della sua formulazione e dei rischi di un’applicazione eccessiva. Ma abrogare il reato non significa semplicemente togliere una norma fastidiosa dal codice: significa ridefinire il confine tra libertà di parola e tutela della società dalla propaganda terroristica.

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La vicenda delle università estive di LFI mostra quindi qualcosa di più di una polemica estiva. Mostra che quella battaglia iniziata nel 2024 non è affatto archiviata. Anzi. E forse è proprio questo il punto che merita di essere discusso.

Quando una forza politica chiede di cancellare uno specifico reato dal codice penale e, nello stesso ambiente politico, vengono pronunciate parole così dure contro Israele, contro il Crif e contro i suoi cittadini che prestano servizio nell’esercito, il confine tra libertà di espressione, militanza politica e legittimazione di posizioni estremiste diventa una questione tutt’altro che secondaria.

Cristina de Palma, 24 agosto 2026

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